COMMISSIONE D'INDAGINE

Relazione ULIVO - 20 settembre 2001

I Commissione - Giovedì 20 settembre 2001

ALLEGATO
PROPOSTA ALTERNATIVA DI DOCUMENTO CONCLUSIVO PRESENTATA DAI DEPUTATI LUCIANO VIOLANTE, MARCO BOATO, GIANNICOLA SINISI, GIANCLAUDIO BRESSA, GRAZIA LABATE, ANTONIO SODA, KATIA ZANOTTI

Introduzione
Nei giorni 19, 20 e 21 luglio 2001 si tenne a Genova il cosiddetto G8, vertice dei sette Paesi più industrializzati del mondo più la Russia. I giorni dei vertice furono caratterizzati da gravi disordini e dalla morte di un giovane manifestante, Carlo Giuliani, che fu colpito da un colpo d'arma da fuoco esploso da un carabiniere accerchiato da manifestanti. I gruppi parlamentari dell'Ulivo chiesero un'indagine parlamentare; ricevuta dalla maggioranza una risposta negativa presentarono una mozione di sfiducia nei confronti del Ministro degli Interni Claudio Scajola. Il Senato respinse la mozione di sfiducia. Successivamente, anche per l'impegno politico e parlamentare del centrosinistra, per la domanda di verità che veniva dai mezzi d'informazione e dall'opinione pubblica, per il moltiplicarsi di notizie di abusi perpetrati nei confronti di manifestanti inermi, per l'irritazione che i fatti avevano suscitato in molti paesi europei, la maggioranza fu costretta ad approvare la richiesta d'indagine parlamentare.
Il 1 agosto tanto la Commissione Affari Costituzionali del Senato quanto l'analoga Commissione del Senato approvarono la richiesta d'indagine sulla quale i gruppi parlamentari del centro sinistra aveva continuato ad insistere.
Conseguentemente il Presidente della Camera attivava le procedure per addivenire alle intese con il Presidente del Senato necessarie per procedere allo svolgimento congiunto da parte delle due Commissioni dell'indagine conoscitiva.
Le intese perfezionate in data 2 agosto 2001, prevedevano che le due Commissioni avrebbero proceduto nell'indagine costituendo un apposito Comitato paritetico costituito da 36 membri (18 deputati e 18 senatori) ripartiti tra i Gruppi secondo i consueti criteri vigenti per la formazione degli organi bicamerali, secondo i criteri della rappresentatività e della proporzionalità dei Gruppi, nel rispetto del margine di maggioranza.
Il Comitato sarebbe stato presieduto da un deputato in applicazione della prassi secondo la quale il Regolamento destinato a disciplinarne l'attività è quello della Camera che per prima ha deliberato l'indagine conoscitiva.
L'Ufficio di Presidenza del Comitato (composto, oltre che dal Presidente, da due Vice Presidenti e da due segretari) sarebbe stato nominato sulla base delle intese raggiunte in sede di Uffici di Presidenza congiunti delle due Commissioni, integrati dai rappresentanti dei Gruppi, ovvero, in mancanza di unanimità eletto - come da prassi - direttamente dal Comitato.
Il termine per la conclusione dell'indagine veniva fissato per il 20 settembre 2001.
Nella riunione del 3agosto 2001, gli Uffici di Presidenza, entrambi integrati dai rappresentanti dei Gruppi, delle due Commissioni procedevano alla Costituzione del Comitato paritetico per l'indagine conoscitiva.
Il Comitato è stato quindi composto, in base alle designazioni dei Gruppi, dai deputati Donato Bruno (FI), Fabrizio Cicchitto (FI), Filippo Mancuso (FI), Nitto Francesco Palma (FI), Michele Saponara (FI), Luciano Violante (DS-U), Antonio Soda (DS-U), Grazia Labate (DS-U), Katia Zanotti (DS-U), Gianfranco Anedda (AN), Roberto Menia (AN), Filippo Ascierto (AN), Gianclaudio Bressa (Margherita, DL-L'Ulivo), Giannicola Sinisi (Margherita, DL-L'Ulivo), Marco Boato (Misto), Erminia Mazzoni (CCD-CDUBiancofiore), Pietro Fontanini (LNP), Graziella Mascia (RC) e dai senatori Gabriele Boscetto (FI), Luciano Falcier (FI), Maria Claudia Ioannucci (FI); Andrea Pastore (FI), Antonio Tommasini (FI), Franco Bassanini (DS-U), Massimo Villone (DS-U), Antonio Iovene (DS-U), Luciano Magnalbò (AN), Luigi Bobbio (AN), Ida Dentamaro (Margherita, DL-L'Ulivo), Pierluigi Petrini (Margherita, DL-L'Ulivo), Antonio Del Pennino (Misto), Cesare Marini (Misto), Graziano Maffioli (CCD-CDUBiancofiore), Cesarino Monti (LNP), Sauro Turroni (Verdi- l'Ulivo) e Alois Kofler (Per le autonomie).
L'ufficio di presidenza del Comitato è stato cosi' costituito: Presidente: Donato Bruno; Vicepresidenti: deputato Gianfranco Anedda e senatore Franco Bassanini; Segretari: deputato Gianclaudio Bressa e senatore Graziano Maffioli.
Gli uffici di presidenza integrati dai rappresentanti dei gruppi della I Commissione della Camera e della 1a Commissione del Senato, nel corso della stessa riunione, hanno convenuto che l'indagine conoscitiva avrebbe avuto ad oggetto i fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova.
Nella medesima giornata del 3 agosto 2001 si è riunito l'Ufficio di Presidenza del Comitato, integrato dai rappresentanti dei Gruppi, che ha deliberato il programma dei lavori del Comitato medesimo. In particolare si è convenuto che il Comitato tenesse i propri lavori nel corso delle settimane dal 7 al 9 agosto, dal 28 al 30 agosto, dal 4 al 6 settembre e dall'11 al 13 settembre.
I lavori del Comitato sono iniziati il 7 agosto 2001 e sono proseguiti con lo svolgimento delle audizioni, sino al 7 settembre 2001. Le sedute dedicate allo svolgimento di audizioni sono state 10; le audizioni svolte sono state complessivamente 27.
Conclusa questa fase procedurale, secondo quanto convenuto nelle intese dei Presidenti dei due rami del Parlamento, nella riunione dell'Ufficio di Presidenza del Comitato, integrato dai rappresentanti dei Gruppi, del 7 settembre 2001 si è stabilito che il Comitato avrebbe proseguito i lavori per la predisposizione di uno schema di documento conclusivo.
Si è convenuto in proposito che i lavori istruttori, finalizzati alla predisposizione di una bozza dello schema conclusivo, si sarebbero svolti in sede di Ufficio di Presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi alle cui riunioni sarebbero stati, comunque, invitati a partecipare tutti i componenti del Comitato.
Sulla base degli orientamenti emersi in sede di Ufficio di presidenza, il Presidente avrebbe presentato uno schema di documento conclusivo da sottoporre al Comitato in seduta plenaria ai fini della sua adozione; si è altresì stabilito che in tale sede non si sarebbe proceduto a votazione di eventuali proposte emendative, il cui esame sarebbe stato riservato alla fase di discussione presso le due Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato, sulla base delle rispettive norme regolamentari.
Lo schema illustrato dal Presidente al Comitato ed alla Commissione non è condiviso dai presentatori di questa relazione. Essi esprimono apprezzamento per il modo equilibrato ed efficace con il quale i lavori sono stati diretti dall'on. Bruno; ma non condividono il documento presentato perché non contiene una precisa descrizione degli eventi, non ha approfondito i fatti di particolare rilievo, a partire dalla dinamica degli incidenti che portarono alla morte di Carlo Giuliani, è privo di proposte per la gestione migliore dell'ordine pubblico, è privo, infine, di una valutazione complessiva degli eventi di Genova.

Impostazione della relazione
Questa relazione si articola in quattro capitoli. Il primo descrive il corso degli eventi. Il secondo si sofferma sui tre episodi più gravi: la morte di Carlo Giuliani, la perquisizione nella scuola Diaz, gli avvenimenti verificatisi nella caserma di Bolzaneto. Il terzo analizza le questioni più strettamente relative all'ordine pubblico in Genova e propone alcune misure per una più ordinata gestione della sicurezza. Il quarto presenta un contributo politico interpretativo della vicenda. Le brevi conclusioni riassumono alcuni punti d'indirizzo politico.

Capitolo I
I FATTI DI GENOVA

Le Fonti
I fatti sono ricostruiti sulla base della documentazione acquisita dal Comitato nel corso delle audizioni, delle dichiarazioni rese dalle persone ascoltate, delle relazioni, anche riservate, trasmesse o consegnate al medesimo Comitato, dei filmati e delle foto.
I documenti audiovisivi sono stati confrontati fra loro, localizzando gli episodi sulla cartografia di Genova e riscontrandone gli orari attraverso le relazioni di servizio delle forze dell'ordine e il brogliaccio delle comunicazioni radio dei servizi di OP.
Nei casi più significativi, si è indicata specificamente la fonte dell'informazione.
Le immagini video relative alla perquisizione della scuola Pertini (ex Diaz) sono state confrontate con le planimetrie dei vari piani dell'edificio.

1. Le manifestazioni del 19 luglio: le donne iraniane e il corteo dei migrantes Il 19 luglio, promosse rispettivamente dalle «Donne Democratiche Iraniane» e dal «Genova Social Forum (GSF) », si svolgono regolarmente e senza incidenti due cortei. In particolare il secondo corteo, quello dei migrantes, è composto da circa 50.000 persone, si sviluppa da piazza Sarzano a piazza Kennedy, ha un carattere festoso e suscita manifestazioni di solidarietà da parte dei cittadini.
Il colonnello Tesser ha informato il Comitato che nella serata, dopo la conclusione del corteo, alcuni sconosciuti gettano sassi contro Forte S. Giuliano (1), sede del comando regionale dell'Arma.

2. Le manifestazioni del 20 luglio: le piazze tematiche; il corteo della CUB; il corteo delle Tute Bianche.

2.1 Il Blocco Nero - I Black Blockers
L'ordinanza del 12 luglio 2001 del questore Colucci dimostra una perfetta conoscenza della frangia definita anarco-insurrezionalista, i così detti black blockers, dei loro comportamenti e metodi; definisce la strategia per il loro contenimento e contrasto attraverso contingenti di forze dell'ordine molto mobili, per accerchiarli e bloccarli.
Le relazioni riservate del SISDE del 19 e 20 luglio hanno dato conto di due distinte riunioni degli esponenti che si richiamano ai black blockers nelle quali erano state discusse le modalità degli attacchi programmati per la giornata del 20 luglio, l'ora e il luogo in cui essi sarebbero iniziati. I servizi informano che circa 300/500 militanti si sarebbero concentrati, alle ore 12 in piazza Paolo Da Novi. Alle due riunioni di cui alle note 189 e 201 del SISDE, partecipano esponenti di gruppi italiani, tedeschi, greci, spagnoli e inglesi che vogliono alzare il livello dello scontro e comunque causare danni ingenti.
Entrambe le note, oltre ad essere trasmesse ai vertici delle forze dell'ordine con fax urgente, sono direttamente comunicate alla Digos di Genova. Come si vedrà poi, il giorno 20 luglio i black blockers si concentreranno appunto in piazza Paolo Da Novi iniziando da lì le loro devastazioni.
Le preventivate azioni di contrasto non vengono messe in atto.
Nella mattinata del 20 luglio, poco dopo le ore 11.30, un folto corteo di black blockers risale via Rimassa e corso Torino, diretto verso piazza Da Novi, piazza tematica «autorizzata», dove si sta svolgendo il presidio dei Cobas.
Lungo il percorso per accedere alla zona, i black blockers devastano, incendiano usano i cassonetti per erigere barricate. All'altezza di corso Buenos Aires i black blockers attaccano i Carabinieri che cominciano ad arretrare in piazza Paolo Da Novi.
I Cobas abbandonano il presidio per non essere coinvolti nello scontro tra black blockers e Carabinieri.
I Carabinieri si fermano all'incrocio tra corso Buenos Aires e corso Torino, mentre i Cobas, arretrando da piazza Paolo Da Novi, si dirigono verso piazza Palermo, già colpita da incendi e devastazioni, e poi attraverso via Casaregis si spostano verso piazzale Kennedy. Nel frattempo i black blockers occupano tutta la zona tra corso Buenos Aires e via Casaregis percorrendo via Rimassa per raggiungere il meeting point di piazzale Kennedy. In questo percorso devastano l'area Bank, danneggiano gravemente un distributore, incendiano cassonetti che utilizzano come barricate per intralciare il passaggio delle forze dell'ordine.
I Carabinieri giungono in piazzale Kennedy e lanciano candelotti lacrimogeni. I black blockers fuggono percorrendo la scaletta che da corso Italia porta a via Nizza.
Durante la fuga, passano davanti ad un contingente della Guardia di Finanza, che non interviene (2).
Il battaglione Tuscania, inviato sul luogo, sbaglia strada, come confermato dalla nota del 3 agosto 2001 del dott. Zazzaro, responsabile della Sala radio della Questura di Genova; giunge pertanto in ritardo, quando i black blockers si sono già allontanati.
I Carabinieri circondano, invece, il meeting point, dove si sono asserragliati i Cobas.
Da via Nizza, i black blockers indisturbati si dirigono verso piazza Palermo; durante il percorso si fermano davanti ad un Commissariato della PS e lanciano pietre; esce dalla porta un agente, disarmato, che inveisce contro di loro: i black blockers si ritirano dopo aver danneggiato un'auto.
Attraversano piazza Tommaseo e, lungo via Montevideo e adiacenti, convergono alle ore 13.15 circa verso la congiunzione tra corso Gastaldi e via Tolemaide. Vengono date alle fiamme alcune auto. Le forze dell'ordine non intervengono; alcuni elicotteri sorvolano la zona.
L'assembramento dei black blockers, raggiunta una certa consistenza numerica, si avvia per via Tolemaide addirittura con bandiere nere e tamburi, dando vita ad una sconcertante parata esibizionistica.
A differenza di quanto asserito, i black blockers non si muovono sempre per piccoli gruppi cercando di infiltrarsi nel corteo principale; in questa occasione si muovono come gruppo autonomo, compatto e facilmente contrastabile.
All'altezza di corso Torino, i black blockers si esibiscono per le telecamere di tutte le televisioni. I Carabinieri osservano immobili a non più di duecento metri di distanza.
Successivamente invece di dirigersi verso piazza Verdi e la Zona Rossa, il corteo dei black blockers attraversa il tunnel della ferrovia e si indirizza in corso Sardegna, dove attacca un ufficio postale, e poi, all'angolo di piazza Giusti, assalta un distributore e quindi un supermercato; le forze dell'ordine continuano a non intervenire.
I black blockers si spostano quindi verso il ponte sul fiume Bisagno bruciando una Mercedes: la colonna di fumo si vede da lontano.
In via Canevari si raggruppano, bruciano altre auto e danneggiano un distributore. Sono le 14.20, come si vede dall'orologio che compare nelle riprese televisive. È passata più di un'ora dalla partenza del loro «corteo». Un'ora durante la quale i black blockers hanno devastato un'area vasta della città, agendo del tutto indisturbati, nonostante le fiamme dell'ultimo rogo siano ben visibili anche da piazza Verdi, oltre la galleria, dove sono attestati centinaia di poliziotti e carabinieri.
I black blockers risalgono poi via Canevari verso Nord, lasciando una scia di devastazione e di incendi. Raggiungono così piazzale Marassi dove c'è la casa circondariale, presidiati da un piccolo contingente di carabinieri: 39 militari e 3 furgoni. Qui si dividono. Un gruppo risale la scaletta Montaldo per raggiungere piazza Manin, dove sono concentrati i pacifisti della Rete Lilliput.
I black blockers lanciano sassi verso i Carabinieri. All'assalto, eseguito da pochi black blockers, assiste dal ponte un centinaio di persone, alcune delle quali vestite di nero.
I Carabinieri arretrano con i loro furgoni, formano un piccolo carosello, lanciano qualche lacrimogeno, quindi si allontanano; i black blockers assaltano il portone del carcere, lanciano una molotov verso le finestre dell'edificio e distruggono la targa della casa circondariale (3).
L'altro gruppo dei black blockers, che aveva raggiunto piazza Manin, era stato fronteggiato dai manifestanti pacifici, che lì avevano organizzato la piazza tematica «autorizzata».
Alle ore 15.09 la sala operativa della Questura invia il dirigente Pagliuzzo Bonanno con 100 unità dei reparti mobili di Bologna e Firenze a piazza Manin, verso la quale il dirigente medesimo ordina un lancio di lacrimogeni (ore 15.19).
Mentre i black blockers si allontanano in direzione di corso Armellini, dove erigono barricate con cassonetti e sfasciano le vetture in sosta, le forze dell'ordine caricano i manifestanti della Rete Lilliput, Legambiente, Marcia delle donne, Rete contro il G8 e altri che hanno le mani alzate e non attaccano le forze di polizia (4).
Nel frattempo i black blockers, indisturbati, alzano barricate in corrispondenza di piazza S.Bartolomeo degli Armeni e ricostituiscono il loro gruppo in corso Solferino e agiscono ancora una volta indisturbati lungo via Palestro, corso Magenta e corso Paganini.
Seguendo le indicazioni della sala operativa, le forze dell'ordine guidate dal dottor Pagliuzzo Bonanno si attestano in piazza Marsala.
Alle ore 14.30 circa, un residuo gruppo di appartenenti al corteo dei black blockers, che si era in precedenza diretto verso corso Sardegna, si attarda in via Torino ed alla minacciata carica del reparto di polizia comandato dal dottor Mondelli fugge verso il tunnel della ferrovia attraversando via Tolemaide, lungo la quale sta sopraggiungendo il corteo delle «tute bianche» preceduto dal così detto «gruppo di contatto».
I Carabinieri, guidati dal dottor Mondelli non inseguono la retroguardia dei black blockers che fugge al di la della ferrovia, e che poi si dirigerà verso Marassi, ma, come si vede dai video di Telegenova, di Indymedia e del regista Davide Ferrario, caricano il gruppo di contatto del corteo delle «tute bianche» e subito dopo il corteo medesimo.
I black blockers compariranno anche nella giornata del 21 luglio.
L'episodio più inquietante è testimoniato dal video consegnato dall'on. Labate e dalle comunicazioni della centrale operativa della Questura, da cui risulta che per oltre mezz'ora un gruppo di black blockers ha potuto agire indisturbato in via Rimassa, approvvigionandosi di aste di legno e di mattoni in una banca e in altri uffici saccheggiati il giorno prima.
I fatti sopra esposti e la loro concatenazione indicano con chiarezza che nei confronti dei più violenti, identificati nella frangia anarco-insurrezionalista dei black blockers non sono state poste in essere le necessarie misure di contenimento e contrasto, pur individuate dalla ordinanza del questore Colucci del 12 luglio 2001 e confermate nella riunione operativa del 13 luglio.
I black blockers sono stati lasciati liberi di agire indisturbati, seguiti, talvolta, da contingenti di forze dell'ordine che non riescono a raggiungerli e che a volte si scontrano con gruppi di manifestanti pacifici. In piazza Manin sono stati i pacifisti a tentare di respingere i black blockers.
Le azioni dei black blockers sono state seguite dall'alto dagli elicotteri; le loro evoluzioni e la loro localizzazione risultano chiaramente dalle comunicazioni radio da e verso la sala operativa della questura.
I filmati consegnati al Comitato mostrano in più di un'occasione manifestanti pacifici respingere violenti vestiti di nero, intenti a sfasciare vetrine o ad introdursi all'interno dei cortei.
Il filmato del regista Davide Ferrario mostra altresì, in occasione degli scontri di via Tolemaide del 20 luglio, un uomo vestito di nero e travisato che avanza, solo, a brevissima distanza, verso un reparto di Carabinieri, che arretrano.

2.2. Le Piazze Tematiche e i cortei
Il GSF ha tenuto frequenti contatti con il Questore, Autorità locale di pubblica sicurezza, per informarlo delle diverse iniziative progettate. Gli atti principali sono una richiesta del GSF del 16 luglio ed un successivo provvedimento del Questore del 19 luglio.
Con la richiesta del 16 luglio, il GSF informa il Questore di Genova che nel corso delle giornate del vertice si sarebbero tenute manifestazioni statiche e cortei; dal preavviso risulta l'intenzione di diverse associazioni aderenti al GSF di accerchiare simbolicamente la zona rossa.
Questo documento è stato consegnato al Comitato dal dottor Vittorio Agnoletto il 6 settembre, nel corso dell'audizione, ma non compare nella documentazione trasmessa al Comitato dal Prefetto di Genova e dal Questore Colucci.
Il provvedimento del 19 luglio del Questore di Genova prende atto delle iniziative che si sarebbero svolte nelle cosiddette piazze tematiche, prende atto altresì dello svolgimento, in data 20 luglio 2001, della manifestazione della CUB a ponente e del corteo delle «tute bianche» sino a piazza Verdi, vietando il corteo per il tratto tra piazza Verdi e piazza De Ferrari. Il corteo delle «tute bianche» può svolgersi pertanto solo fino a piazza Verdi.
Le iniziative nelle piazze tematiche si sono svolte secondo i preavvisi depositati e conformemente alle prescrizioni notificate dalla Questura.
Erano note le organizzazioni e i responsabili: Presidio di piazza Manin/via Assarotti: Rete Lilliput, Legambiente, Marcia delle Donne e Rete Contro G8.
Presidio di piazza Paolo Da Novi: Cobas, Network per i diritti globali e Movimento antagonista Toscano.
Corteo di piazza Di Negro: la CUB con l'adesione dello Slai Cobas.
Corteo di corso Gastaldi: Tute bianche, Giovani Comunisti, Rage di Roma, Rete No Global di Napoli.
Piazza Dante: Arci, Attac, Fiom Cgil, Rifondazione Comunista, Unione degli Studenti, Unione degli Universitari, Centri Sociali di Milano Torchiera e Baraonda, Cerchio G8 Lila.
Il GSF fin dal 9 maggio 2001 aveva formalmente presentato al Questore di Genova il preavviso per alcune manifestazioni in forma statica in alcune piazze (piazze tematiche) nelle quali diverse associazioni aderenti al GSF intendevano, sulla base delle proprie specificità, comunque «cingere d'assedio» la Zona Rossa.
Ancora nell'ordinanza del Questore del 12 luglio la decisione sulle piazze tematiche è sospesa e rinviata ad una data successiva. Ad una riunione indetta dal questore il 13 luglio prendono parte tutti i funzionari di pubblica sicurezza e gli ufficiali delle altre forze di polizia e delle forze armate impegnati nella gestione del G8. Intervengono, in particolare, il prefetto di Genova, il prefetto Andreassi, il Capo della Polizia, il Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri, l'ambasciatore Vattani e il Ministro dell'Interno. In tale riunione viene deciso di modificare nella sostanza l'ordinanza del prefetto del 2 giugno 2001, rendendo così possibili manifestazioni di piazza all'interno della Zona Gialla, allo scopo di alleggerire la tensione con manifestanti che si preannunciavano del tutto pacifici, come riferito dal Ministro Scajola al Comitato (5).
Il Prefetto Andreassi, a sua volta, con riferimento alla riunione del 13 luglio precisa: «La parte preponderante dei manifestanti apparteneva a movimenti non violenti, alcuni dei quali avrebbero compiuto azioni dimostrative anche a ridosso della Zona Rossa per simboleggiare l'invasione o l'accerchiamento. Nei confronti di costoro occorreva limitarsi ad un cauto controllo per impedire che certe iniziative potessero debordare».
Il Prefetto Andreassi aggiunge inoltre: «Completai queste direttive rinnovando, in una sorta di decalogo, le indicazioni che avevo più volte ripetuto e dalle quali erano state tratte alcune delle regole contenute in un vademecum, ormai ampiamente noto, distribuito a tutto il personale» (6).
Con decreto del Questore di Genova del 19 luglio 2001 si prende atto delle manifestazioni stanziali nelle piazze Manin, Villa, Dello Zerbino, Paolo Da Novi, Dante e Carignano.
La manifestazione stanziale di piazza Manin è organizzata da Rete Lilliput, Legambiente, Marcia delle Donne e Rete contro il G8; la manifestazione stanziale di piazza Dante è organizzata da Arci, Attac, Lila, Rifondazione Comunista, Fiom, Udi, Uds e alcuni centri sociali; la manifestazione stanziale di piazza Da Novi è organizzata da Cobas, Network per i diritti globali e dal Movimento antagonista toscano, tutti aderenti al GSF.
In piazza Dante e nelle piazze Corvetto e Marsala vengono inscenate azioni dimostrative volte a violare simbolicamente la Zona Rossa. Le relazioni di servizio delle forze di polizia e dei carabinieri impiegati per contrastare tali azioni, e le stesse immagini dei filmati, testimoniano però che si è trattato di azioni non solo simboliche: le barriere metalliche sono state scosse, si è tentato di aprire dei varchi e di scavalcare le recinzioni. I manifestanti sono stati fermati mediante gli idranti del Corpo Forestale dello Stato6 ; due francesi, che erano passati attraverso un varco nella griglia, sono fermati ed accompagnati fuori della zona rossa.
Intorno alle 14 avvengono incidenti tra le forze dell'ordine ed i black blockers nei pressi di piazza Alessi.
Verso le 15 il corteo di Globalize Resistence raggiunge le due piazze Dante e Carignano.
Le notizie degli scontri e delle devastazioni si infittiscono e alle 15,45 il sindaco della città rivolge un appello a Vittorio Agnoletto portavoce del GSF, chiedendo che cessino le manfestazioni sulle piazze tematiche poiché la città è devastata, la tensione non è più tollerabile, e le forze dell'ordine impegnate a fronteggiare le iniziative del GSF non riescono a far fronte ai focolai dei violenti. La telefonata è trasmessa in diretta televisiva su Primocanale.
Poco più tardi il dott. Agnoletto comunica al sindaco e al Prefetto Andreassi la decisione di sospendere la manifestazione in piazza Dante. La piazza alle ore 16.30 viene effettivamente abbandonata dai manifestanti, che si dispongono in corteo per risalire lungo via Fieschi e raggiungere il meeting Point di Piazzale Kennedy. La polizia lancia due, tre lacrimogeni sulla coda
del corteo, si crea panico e disordine ma tutto si ricompone; piazza Dante alle 17 è sgombra ed il corteo raggiunge pacificamente piazzale Kennedy.
In piazza Manin, circa alle ore 15.10, al sopraggiungere dei black blockers, che avevano precedentemente assaltato la casa circondariale di Marassi, si verifica una contrapposizione fra i pacifisti e i black blockers all'imbocco di via Assarotti. Ma non appena i black blockers si allontanano, gli agenti della Polizia di Stato, preceduti da un lancio di lacrimogeni, irrompono in piazza Manin e caricano i manifestanti pacifici che, come risulta dalle comunicazione radio della sala operativa, hanno le mani alzate.
In questa circostanza, così come in piazza De Novi in relazione alla manifestazione dei Cobas, il comportamento delle forze dell'ordine ha palesemente contraddetto le direttive generali correttamente ricordate dal Prefetto Andreassi nella citata audizione del 28 agosto 2001. Con decisione analoga a quella presa dai manifestanti di piazza Dante, e nello stesso torno di tempo, anche i manifestanti di piazza Manin decidono di smobilitare il proprio presidio e di raggiungere piazzale Kennedy.

2.3. Il corteo della CUB a Ponente
L'ordinanza del Questore del 12 luglio sospende la decisione relativa al corteo della CUB da piazza Montano a Fontana Marose, preavvisato sin dai primi di maggio.
Fino alla sera del 17 luglio non vi è alcuna certezza sul percorso del corteo e solo a tarda sera vi è una formale presa d'atto, con prescrizioni che limitano il percorso da piazza Montano a piazza Di Negro.
La decisione riguardante la presa d'atto del corteo con partenza da Ponente deriva dal mutato orientamento dei vertici delle forze di polizia finalizzato a ridurre la tensione.
L'ordinanza del questore del 19 luglio fa esplicito riferimento alla presa d'atto del corteo della CUB.
Il corteo, piuttosto omogeneo nella sua composizione, a cui partecipano delegazioni dello SLAI COBAS, del sindacato USI e anche il Coordinamento Anarchici contro il G8 (FAI) e del Campo Antimperialista, si svolge regolarmente nonostante alcuni attimi di tensione, risolti senza particolari complicazioni (7).

2.4. Il corteo delle «tute bianche» dallo stadio Carlini a via Tolemaide.
Tra le manifestazioni preannunciate dal G.S.F. al Questore di Genova era indicato il corteo delle «tute bianche» del 20 luglio che sarebbe partito dallo stadio Carlini attraverso corso Gastaldi, via Tolemaide, piazza Verdi fino a via XX settembre e piazza De Ferrari.
Il 19 luglio il Questore di Genova emette il già ricordato decreto con il quale, prendendone atto, pone limiti al predetto corteo, vietandone la prosecuzione oltre piazza Verdi, al limite esterno della zona gialla.
Lo stesso 19 luglio il Questore emette una nuova ordinanza di servizio, a parziale modifica ed integrazione della precedente del 12 luglio, contenente la disciplina dei servizi di ordine e sicurezza pubblica per il 20 luglio. Nella parte preliminare dell'ordinanza si elencano le manifestazioni del 20 luglio, non si fa cenno alla manifestazione di cui trattasi, come se essa non fosse prevista. Solo a pagina 5 della predetta ordinanza si richiama il corteo e se ne delimita il percorso, assegnando quindi i contingenti di forze dell'ordine, da impiegare prevalentemente in piazza Verdi, all'ingresso della quale il corteo dovrà concludersi.
L'ordinanza non dispone che il corteo sia preceduto, seguito ed affiancato da contingenti di forze dell'ordine, allo scopo anche di garantirne un tranquillo svolgimento, così come invece era previsto dalla precedente ordinanza di servizio del 12 luglio del questore di Genova.
Inspiegabilmente tutte le audizioni, fino a quella del 6 settembre del dott. Agnoletto, non informano il Comitato circa la legittimità del corteo delle «tute bianche» dallo stadio Carlini a via Tolemaide.
Al contrario, tanto la comunicazione del Ministro dell'interno Scajola alla Commissione Affari Costituzionali del Senato e in Aula della Camera il 23 luglio quanto le dichiarazioni di tutti coloro che avevano responsabilità dirette ed indirette per l'ordine pubblico affermano che il corteo era vietato.
Il Colonnello dei Carabinieri Tesser ancora il 10 settembre invia una relazione al Comitato, con cui trasmette le relazioni di servizio dei responsabili dei contingenti dei Carabinieri durante il G8, nella quale afferma che il corteo non è autorizzato.
Fino al 6 settembre quindi l'intero Comitato ha ricevuto informazioni inesatte. La circostanza è grave perché in relazione proprio a questo corteo e alla dinamica dei fatti ad esso connessi, si originarono gli scontri poi culminati tragicamente nella morte di Carlo Giuliani.
Il corteo parte intorno alle ore 13 dallo stadio Carlini. Al suo interno, confuso tra i manifestanti, si ritrova un giornalista di Studio Aperto della Mediaset, Franco Berruti, che inizia la sua trasmissione diretta dallo stadio Carlini alle ore 12.32 (8). Il giornalista afferma in diretta che i manifestanti si sentono rassicurati e protetti dai container installati nella notte e che intendono manifestare in modo non violento.
Alle ore 14.28 il giornalista nuovamente in diretta telefonica afferma ancora una volta che si tratta di un corteo pacifico, attrezzato con soli scudi protettivi e che i componenti dichiarano di non voler rompere nulla.
Il giornalista, alle ore 14.30, informa che i manifestanti hanno disarmato e allontanato alcuni personaggi che impugnavano mazze. Quando il corteo giunge in prossimità di un'auto in precedenza incendiata dai balck blockers, si vede e si ascolta chiaramente uno degli organizzatori ripetere più volte che l'auto non è stata incendiata dai partecipanti al corteo.
Poco dopo le 14.30 il corteo, giunto in via Tolemaide in prossimità dell'intersezione con corso Torino, viene caricato da un contingente di carabinieri.
L'azione è chiaramente descritta nei video di Telegenova e del regista Ferrario, oltre che in altri filmati che mostrano le cariche , la situazione e il comportamento dei dimostranti e il successivo svolgimento dei fatti. I filmati mostrano che dal corteo non viene lanciato alcun oggetto verso le forze dell'ordine: né sassi, né bottiglie, né molotov.
Come già descritto nel paragrafo riguardante i black blockers, questi ultimi, verso le 14.30, dopo aver percorso via Tolemaide ed altre strade compiendo indisturbati devastazioni ed atti vandalici, imboccano il sottopassaggio della ferrovia e si dirigono verso corso Sardegna.
Mentre sopraggiunge il corteo delle tute bianche, un piccolo gruppo di black blockers si attarda in corso Torino, da cui poi si allontana inseguito da un contingente dei Carabinieri; il gruppo imbocca il tunnel sotto la ferrovia, dopo essere passato in mezzo al gruppo di contatto che precedeva il corteo proveniente dal Carlini e che si era diviso in due parti per effetto dei lacrimogeni lanciati dai Carabinieri. Le due parti del gruppo di contatto - nel quale erano presenti parlamentari, esponenti politici, organizzatori del corteo e che comprendeva numerosi giornalisti, operatori televisivi e fotografi - si erano spostate rispetto a corso Torino, la prima verso piazza Verdi, la seconda era arretrata a fianco degli scudi.
Nel frattempo i Carabinieri, giunti all'intersezione, si dividono in due settori: il primo carica la parte del gruppo di contatto in direzione di piazza Verdi, mentre l'altro prima fronteggia e poi carica la testa del corteo non appena il primo gruppo, ritornato sui suoi passi, si ricongiunge (9).
In pochi minuti si vedono avanzare anche i cellulari dei Carabinieri che sostengono la carica. Inizia così una fitta pioggia di lacrimogeni lanciati anche dai tetti dei palazzi e dal ponte della ferrovia. Le cariche diventano continue, il corteo arretra prima lentamente poi più velocemente sotto l'assillo dei blindati. La calca e la confusione sono terribili. Alcune centinaia di manifestanti corrono per le vie laterali, bloccate dai Carabinieri, ed ingaggiano i primi scontri.
Il grosso del corteo arretra fino a corso Gastaldi per ritirarsi verso lo Stadio Carlini; nelle strade limitrofe la situazione diventa caotica e gli scontri con le forze dell'ordine sono violenti e continuano nei quartieri di San Martino e della Foce.
In questo scenario si verifica di tutto: mancanza di coordinamento tra le forze dell'ordine; reparti pesanti che non riescono a raggiungere i luoghi delle emergenze in tempo utile, anche perché non conoscono la città; le autoblindo dei Carabinieri si muovono con difficoltà perché le stradine sono strette; un autoblindo viene incendiata da manifestanti, due Land Rover dei Carabinieri di supporto logistico rimangono intrappolate in piazza Alimonda: una delle due riesce a disimpegnarsi, l'altra è bloccata da un cassonetto; si erigono barricate, si risponde con lacrimogeni che annebbiano, e gli assalti dei manifestanti diventano sempre più violenti.
Qui si consuma la tragedia che vede la morte di Carlo Giuliani. Dalle relazioni di servizio di Polizia di Stato e Carabinieri, dalle comunicazioni telefoniche e via radio agli atti della Commissione, il quadro della catena di comando e della gestione dell'ordine pubblico in questa zona appare disordinato e con alcuni episodi anomali. Il corteo ridiscende via Tolemaide, ma all'altezza di via Casaregis viene di nuovo attaccato. L'attacco a piazza Alimonda con la carica dei blindati è per molti aspetti singolare: parte lateralmente, da via Caffa, per frantumare il corteo, ma non ha successo e si trasforma in un vero e proprio inseguimento dei Carabinieri da parte dei manifestanti (10); la colonna dei Carabinieri è del tutto isolata dal resto delle forze dell'ordine, che invece in altre circostanze appaiono sempre e correttamente attente a ridurre le distanze tra i reparti. Lo scontro si fa violento nei pressi di una Land Rover dei Carabinieri, mentre arriva un contingente della Polizia di Stato che si blocca a circa 50 metri dall'auto da cui partiranno i due colpi d'arma da fuoco che uccideranno Carlo Giuliani nell'atto di lanciare un estintore.

4. Il corteo internazionale di sabato 21 luglio.
Il corteo, regolarmente preannunciato dal GSF, è previsto dalla ordinanza del Questore del 12 luglio, che ne prende atto, e dispone talune conseguenti misure di OP. Il percorso è ben noto da tempo, da via Caprera (Sturla), attraverso via Cavallotti, i corsi Italia, Torino, Sardegna, fino a piazza Galileo Ferraris (Marassi), per circa 8 km.
Il corteo, contrariamente a quanto stabilito dalla Ordinanza sopra citata, non è preceduto, né seguito, né fiancheggiato dai necessari contingenti di forze dell'ordine.
I manifestanti sono circa 200.000 e partono con qualche anticipo. In corrispondenza di Forte S.Giuliano alcuni dimostranti esterni al corteo lanciano sassi verso il Comando dei Carabinieri e vengono prontamente allontanati.
Prima che il corteo raggiunga piazzale Kennedy si verificano i primi incidenti provocati da un gruppo di violenti, che diverse fonti calcolano composto da circa 2-300 persone, la cui prima fila, di poche decine, è costituita da dimostranti vestiti di nero, a differenza degli altri che non sono contraddistinti da particolare abbigliamento. La stragrande maggioranza indossa caschi, passamontagna o ha il viso coperto da fazzoletti.
I violenti, provenendo da più parti ma in particolare da cancelli di piazzale Kennedy, assalgono le forze dell'ordine schierate in corrispondenza della Fiera, scagliando inizialmente sassi, divellendo le pavimentazioni e la segnaletica, impossessandosi delle transenne e di altre attrezzature mobili per impiegarle contro i reparti schierati, che reagiscono lanciando lacrimogeni senza effettuare cariche.
Nel frattempo ricompaiono i black blockers, che raggiungono gli uffici e negozi fra via Rimassa e corso Marconi, già saccheggiati il giorno precedente, per impossessarsi di assi e mattoni da usare negli scontri.
Alle 14.06 le azioni dei black blockers vengono segnalate alle forze dell'ordine, che però non intervengono e, restando immobili, si limitano a sparare lacrimogeni verso i dimostranti.
Non viene messa in atto nessuna azione per accerchiare e disperdere i violenti, che continuano ad agire indisturbati per oltre 30 minuti.
Il corteo, ancora lontano, sopraggiunge progressivamente e, per non restare coinvolto nei disordini, anziché raggiungere via Rimassa, devia anticipatamente per via Casaregis.
Nel frattempo, mentre gran parte del corteo defluisce verso piazza Ferraris, un gruppo composto da circa 3-400 curiosi, fotografi e giornalisti si posiziona dietro le spalle dei violenti che incendiano auto ed erigono barricate.
Alla vista del fumo, e avuta conoscenza degli scontri, la parte terminale del corteo rallenta la propria avanzata, mentre le forze dell'ordine iniziano a caricare il gruppo dei violenti che si disperdono. I manifestanti pacifici che non sono ancora transitati arretrano precipitosamente e così il corteo si spezza. La dinamica dei fatti è confermata dai numerosi filmati televisivi acquisiti dal Comitato ed anche dalla audizione del Questore Colucci.

4. L'uso legittimo della forza, i feriti e i manganelli «tonfa».

4.1. La relazione Cernetig.
Le immagini televisive e numerose denunce di cittadini hanno determinato l'indagine ispettiva affidata dal capo della polizia all'ispettore Cernetig nei confronti dei comportamenti censurabili di operatori impegnati nei servizi di ordine pubblico.
La relazione dell'ispettore si sofferma sui casi evidenziati dalle immagini televisive trasmesse dalle reti nazionali: si registrano casi di violenze nei confronti di singoli manifestanti, spesso stesi a terra o con le mani alzate, che risultano da altri filmati pervenuti alla Commissione.
Da tutti i documenti fin qui acquisiti emerge un quadro complessivo che smentisce la tesi riduttiva contenuta nella stessa relazione dell'ispettore Cernetig e di altri auditi, che sostenevano essersi trattato di pochi ed isolati casi. Si è potuto rilevare che la violenza purtroppo non è stata episodica.
È necessario che l'attività ispettiva disposta dal Dipartimento della pubblica sicurezza sia estesa agli altri casi che compaiono nei filmati acquisiti da singoli cittadini.

4.2. La distruzione di materiali video e fotografici.
L'audizione del segretario della Federazione Nazionale della Stampa, dott. Serventi Longhi, del 4 settembre 2001, la documentazione dallo stesso fornita e numerose immagini video indicano nettamente come alcuni giornalisti, in particolare alcuni operatori televisivi e fotografi, siano stati spintonai o picchiati; in alcuni casi sono stati sottratti o distrutti apparecchiature fotografiche o di ripresa, cassette o pellicole.
Gli episodi di violenza che hanno riguardato i giornalisti hanno avuto come protagonisti in alcuni casi i black blockers, in altri casi appartenenti alle forze dell'ordine. Il dr. Serventi Longhi ha dichiarato che taluni operatori dell'ordine pubblico si sono mimetizzati con pettorine gialle con la scritta «Stampa» analoghe a quelle distribuite dalla Federazione della Stampa allo scopo di proteggere l'incolumità dei giornalisti e degli operatori (11). Un poliziotto, indossante una pettorina gialla compare in un filmato mentre impugna una pistola durante gli scontri (si veda la relazione dell'ispettore Cernetig).
Il caso più grave è senza dubbio rappresentato dalla già ricordata sottrazione di almeno 4 cassette video nella scuola Diaz-Pascoli perquisita per errore.

4.3. L'uso del «tonfa» e dei manganelli.
Le immagini televisive hanno mostrato alcuni manifestanti con profonde ferite al capo, al volto; macchiati di sangue sono apparsi mura e pavimenti stradali e della scuola Pertini.
I referti medici delle persone che hanno usufruito delle strutture ospedaliere di Genova indicano la gravità delle ferite riportate da molti manifestanti. La stessa relazione dell'ispettore ministeriale dott. Micalizio ha documentato le prognosi variabili delle 62 persone che hanno subito percosse nel corso della irruzione nella scuola Pertini (ex Diaz); tre feriti furono ricoverati con prognosi riservata.
I filmati pervenuti alla Commissione hanno mostrato alcuni agenti che colpivano i manifestanti con l'impugnatura del manganello oppure impugnando il «tonfa» a mo' di martello.
Nel filmato depositato dal Genoa Legal Forum e Indymedia si vedono alcuni poliziotti della mobile di Roma entrare nella scuola Pertini (ex Diaz) impugnando il «tonfa» dalla parte opposta rispetto all'impugnatura e in un'altra occasione alcuni carabinieri colpire, impugnando sempre nello stesso modo il nuovo manganello, manifestanti a terra lungo un muro che delimitava una strada.
Il dott. Donnini, nel corso della audizione del 5 settembre 2001, ha chiarito che il nuovo manganello denominato «tonfa» se usato scorrettamente può provocare ferite assai gravi.
Da quanto si è potuto verificare le lesioni più gravi sono state provocate proprio dall'impiego irregolare dei «tonfa».

4.4. L'uso dei blindati.
I filmati acquisiti dal Comitato mostrano in numerose circostanze mezzi blindati per il trasporto dei militari (VTC) dell'arma dei carabinieri e blindati della polizia impiegati a velocità elevata allo scopo di disperdere i manifestanti.
L'impiego di tale tecnica, non prevista dalle disposizioni della ordinanza del questore del 12 settembre 2001, ha determinato oggettive situazioni di grave pericolo per l'incolumità dei manifestanti e delle stesse Forze di polizia, ma non ha risolto alcun problema di ordine pubblico.

4.5. L'uso delle armi.
In almeno cinque circostanze le forze dell'ordine hanno fatto ricorso all'impiego delle armi.
Oltre all'episodio nel quale ha perso la vita il giovane Carlo Giuliani, le relazioni di servizio dell'arma dei carabinieri trasmesse dal colonnello Tesser in data 10 settembre 2001, informano che tre carabinieri hanno sparato in aria il giorno 20 rispettivamente 2, 5 e 8 colpi di pistola. Il quinto episodio, noto per essere stato mostrato da riprese televisive, è stato confermato dalla relazione dell'ispettore Cernetig e dallo stesso capo della Polizia De Gennaro, che riferiscono di un poliziotto
indossante la pettorina della stampa impugnante la pistola.

Capitolo II
LA MORTE DI CARLO GIULIANI, LA PERQUISIZIONE NELLA SCUOLA PERTINI E
LE VIOLENZE DI BOLZANETO

1. La morte di Carlo Giuliani
Il 20.07.2001, gli scontri tra forze dell'ordine e manifestanti proseguono per molte ore e coinvolgono non più solo i black blockers ma frange del corteo che sono fuggite nelle vie laterali intorno a via Tolemaide. Qui, tra cariche, ritirate e scontri matura la tragedia.
Da testimonianze raccolte pare che Carlo Giuliani quel pomeriggio non dovesse essere in piazza; voleva andare al mare, ma la telefonata di un suo amico lo fa desistere.
Non sappiamo che cosa sia scattato in lui.
Carlo Giuliani si unisce ai compagni, ma tra via Caffa e piazza Alimonda lo scontro è fatale. Viene ucciso dal proiettile della pistola d'ordinanza del carabiniere Placanica, il quale era a sua volta oggetto di una violenta aggressione da parte dei dimostranti che lo avevano ferito e tentavano di sfasciare l'automezzo (Land Rover) in cui si trovava con altri militari. Lo stesso Carlo Giuliani, come dimostrano le immagini raccolte dai reporters, è colpito mentre tenta di lanciare, da brevissima distanza, un estintore contro il veicolo.
Immediatamente i Carabinieri fanno cordone intorno al corpo, arrivano i soccorsi prima dei volontari del GSF, poi, del 118. Gli interventi risultano infruttuosi e poco dopo viene constatato il decesso di Carlo Giuliani. A circa tre metri dal capo riverso sull'asfalto, in una grande pozza di sangue, c'è il bossolo del proiettile che il dott. Cremonesi raccoglie e dà ad un giornalista di Repubblica Lavoro di Genova. Questi lo mostra ad un carabiniere il quale afferma essere un bossolo da lacrimogeno. La notizia arriva fino al Vice Questore aggiunto della polizia, dott. Lauro, che richiede al giornalista la restituzione del bossolo, la cui consegna avviene alla presenza della Polizia Scientifica e di un altro funzionario, la dott.ssa Bucci, che provvede a chiamare il pubblico ministero di turno.
Intorno al corpo circondato dal cordone della polizia, manifestanti inveiscono contro le forze dell'ordine (si urla «assassini»), quando comprendono che il giovane è morto raggiunto dal proiettile esploso dall'arma del carabiniere e che, una volta caduto a terra, era stato travolto dalla stessa Land Rover che faceva marcia indietro.L'autopsia rivelerà che in quel momento era già
cadavere e che il colpo, perforato lo zigomo sinistro, aveva attraversato il cranio uscendo dal cervelletto.
Sull'episodio è aperta l'inchiesta della magistratura e le indagini sono in corso.
Alcuni giovani partecipanti all'attacco contro la Land Rover si sono presentati nei giorni successivi all'Autorità giudiziaria e nei confronti di uno di essi è stato già emesso un provvedimento di custodia cautelare.
Dai verbali di servizio dei due funzionari di polizia che erano sul posto appaiono contraddizioni in relazione alle immagini e alle dichiarazioni.
Si parla di migliaia di manifestanti; ma i video mostrano in piazza Alimonda circa quaranta dimostranti, una parte dei quali intorno alla Land Rover isolata. A circa 50 metri sono posizionati dei contingenti delle forze dell'ordine che non intervengono.
I resoconti delle audizioni documentano come i componenti il comitato abbiano chiesto più di una volta ed in diverse occasioni agli auditi, le ragioni del mancato intervento; ma non si è ricevuto risposta.
Alcune immagini video riprendono Carlo Giuliani sempre in canottiera bianca, con il passamontagna, ma altre, dopo la sua caduta a terra, lo riprendono con indosso un giubbottino nero.
Gli interrogativi sulla dinamica e le responsabilità della tragica vicenda potranno essere sciolti solo dalle indagini che la magistratura sta compiendo.
Rimane di quell'evento la testimonianza esemplare di Giuliano Giuliani, padre di Carlo, in quei giorni di acuto dolore per la perdita di suo figlio: «Occorre distinguere il giudizio sulle forze dell'ordine da chi sbaglia individualmente».

2. La perquisizione alla scuola Pertini (ex Diaz).
Nella sera del 21 luglio venne effettuata la perquisizione nella scuola Pertini (ex Diaz) Le relazioni, le audizioni, il materiale cartaceo e visivo mettono in luce contraddizioni sui tempi, metodi e responsabilità nel procedimento decisionale e nella escuzione.
Non è chiaro perché la perquisizione sia stata decisa, né è chiara la sequenza degli eventi.
Il segretario della FSNI ha inoltre riferito al Comitato che già nel pomeriggio circolavano voci in città di perquisizioni, importanti e decisive, al termine della manifestazione del 21 luglio e prima della partenza da Genova dei manifestanti (12).
Dal bilancio reale dell'operazione risultano 93 persone arrestate; per 80 di esse l'arresto è risultato illegittimo; in 12 casi l'arresto è stato convalidato solo formalmente e le persone sono state scarcerate, perché non vi erano indizi di colpevolezza. In un solo caso è stata adottata una misura cautelare.
Il bilancio continua con 62 feriti, di cui alcuni gravemente, la distruzione di attrezzature e computer del centro stampa. In varie audizioni si è sostenuto che l'irruzione alla Pertini sia avvenuta a luci spente (13); ma dai video risulta che le luci sono accese al piano di ingresso, altre luci al secondo ed al terzo piano qua e là.
In proposito, però, va rimarcato che quanto dichiarato dal dott. Canterini, ovvero di essere entrato solo in seconda battuta, dopo non meglio specificati altri reparti delle forze dell'ordine, risulta confutato dal filmato prodotto dagli avvocati del GSF, ma anche dalla circostanza obbiettiva che dei 17 contusi delle forze dell'ordine ben 15 riguardano il personale del Nucleo da questi guidato.
Sarebbe davvero illogico immaginare che gli scontri, fino all'accoltellamento di un poliziotto del Nucleo si siano potuti verificare quando l'altro personale era già intervenuto per «neutralizzare» i presenti e prendere il controllo dell'edificio.
Dai video l'irruzione appare violenta e si vedono ferite e sangue. I medici del servizio 118, che portano i soccorsi, riscontrano nei loro certificati e nella richiesta di smistamento dei feriti nei diversi ospedali della città molte ferite lacero contuse e traumi cranici; sono due i ricoverati in codice rosso.
La relazione dell'ispettore, successivamente inviata dal Ministro dall'interno, mette in evidenza responsabilità, inefficienze, disordine negli aspetti gestionali della vicenda.
Undici magistrati del GIP di Genova trasmettono al P.G. presso la corte d'Appello e al Procuratore della Repubblica di Genova due denunce ai sensi degli artt. 17 disp. att. cpp. e 331 cpp. perché nelle udienze di convalida dei fermati alla Pertini (ex Diaz) tutti gli arrestati hanno riferito di essere stati colpiti da manganellate, calci, di aver ricevuto mobilia addosso, benché si fossero gettati a terra con le mani protese per dimostrare che non intendevano opporre resistenza e riportano lesioni, fratture, suture, ematomi vistosi, medicazioni sul capo.
I quesiti che restano ancora irrisolti anche dopo le numerose audizioni, riguardano l'individuazione delle tappe del processo decisionale, le modalità tecniche di svolgimento dell'operazione, lo sfasamento temporale tra l'allertamento dei reparti speciali e l'ora effettiva della perquisizione.
Per tutte queste ragioni, la perquisizione solleva uno degli interrogativi più inquietanti delle giornate di Genova e rimanda l'accertamento delle responsabilità personali da parte dell'Autorità giudiziaria di Genova.

3. La perquisizione al Centro Stampa - Media Center nella scuola Diaz-Pascoli.
Alcuni minuti dopo l' irruzione nella scuola Pertini ( ex Diaz ) un gruppo di agenti di polizia entra nella scuola Diaz - Pascoli, posta dalla parte opposta della via Battisti rispetto alla Pertini ed inizia una perquisizione dei locali dopo aver radunato i presenti a piano terra, guardati a vista da agenti che operano a volto scoperto, come risulta da numerose riprese televisive, tra le quali quella prodotta da Indymedia e Genoa Legal Forum.
Gli stessi filmati mostrano suppellettili ed attrezzature distrutte; alcuni computer, collocati negli uffici dei legali del GSF, appaiono manomessi e privati del hard disk.
Durante la perquisizione, dichiarata un «errore» dal dott. Gratteri, sono state sequestrate anche alcune (almeno 4) cassette di videocamere, una delle quali illustrante le fasi di ingresso del reparto mobile all'interno della prospiciente Pertini ex Diaz e sono state interrotte le trasmissioni in diretta di Radio Gap.
Il sequestro delle cassette, denunciato in audizione dal dott. Agnoletto, è confermato dalla relazione trasmessa dal funzionario dott. Mortola il 7 settembre al Comitato.
Non risulta alcun verbale di sequestro del materiale asportato né lo stesso è stato restituito.

4. La caserma Nino Bixio di Genova Bolzaneto
Il Comitato Nazionale per l'Ordine e la Sicurezza Pubblica si pose il problema della gestione delle persone arrestate nel corso di eventuali disordini. Nella riunione del 12 giugno fu pertanto coinvolto il Ministero della Giustizia, nella persona del Dott. Mancuso, reggente del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (DAP). Valutata l'inopportunità di utilizzare le strutture
carcerarie cittadine, si ipotizzò la costituzione di siti di immatricolazione distaccati per poter successivamente tradurre gli arrestati nelle strutture carcerarie di Pavia, Alessandria, Vercelli e Voghera.
In data 21 giugno si approntò un piano operativo che identificava le strutture di Bolzaneto e Forte S.Giuliano.
In data 27 giugno, presso il Ministero della giustizia, in una riunione cui parteciparono i vertici del DAP nelle persone di Paolo Mancuso, Emilio Di Somma, Alfonso Sabella, il presidente del tribunale di Genova Antonino Di Indo, il presidente della sezione GIP Giovanni Battista Copello, il procuratore generale della Repubblica di Genova Nicola Marvulli e un dirigente del Ministero dell'interno, dott. Luperi, si affrontarono i problemi organizzativi e gestionali posti dalla eventualità di dover operare, in occasione del G8, arresti che si prevedeva potessero essere compresi tra un minimo di 300 ed un massimo di 1000.
Il 28 giugno il Dott. Sabella fu nominato responsabile dell'organizzazione e del controllo delle attività di pertinenza dell'Amministrazione Penitenziaria. Recatosi a Genova per visionare le strutture di Bolzaneto e Forte san Giuliano, preventivamente identificate come idonee dalla PS e dai Carabinieri, disponeva quanto ritenuto necessario per l'immatricolazione e la traduzione carceraria degli arrestati.
Il 12 luglio il Ministro della Giustizia firmò il decreto istitutivo dei due siti carcerari dopo essere stato dettagliatamente informato dal Dott. Di Somma sulla organizzazione predisposta.
I FATTI
La procedura prevista per Bolzaneto era la seguente: gli arrestati, condotti dagli uomini delle forze di polizia che ne avevano operato l'arresto, giunti nel cortile interno, erano visitati sommariamente dai medici dell'Amministrazione Penitenziaria. Successivamente erano sistemati in camere di sicurezza dove erano custoditi dalla Polizia di Stato. Una volta espletate le procedure relative all'arresto, venivano consegnati alla Polizia Penitenziaria passando nelle camere di sicurezza di pertinenza di quest'ultima. Erano quindi immatricolati e, come da regolamento, perquisiti con denudamento e flessione. Raccolti al casellario gli oggetti non consentiti, gli arrestati - a quel punto detenuti - erano visitati dal medico che redigeva il diario clinico e, infine, avviati alla traduzione.
Nei giorni 20, 21, 22 luglio sono state immatricolate a Forte S. Giuliano 57 persone e a Bolzaneto 222, 26 delle quali in modo solo formale essendo state di fatto inviate in strutture ospedaliere.
Le procedure di arresto, immatricolazione e avvio alla traduzione sono risultate particolarmente lunghe con tempi complessivi fino a 18 ore.
Dal giorno 26 luglio gli organi di stampa hanno iniziato a raccogliere testimonianze dirette ed indirette in cui si denunciavano abusi e violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto cui avrebbero concorso appartenenti a tutte le forze di polizia quivi operanti.
Veniva quindi disposta un'ispezione da parte del Capo della Polizia (affidata al Dott. Montanaro) e una commissione ispettiva da parte del responsabile del DAP.
L'INDAGINE
Il comitato di indagine fonda le proprie conoscenze sui seguenti documenti:
a) relazione del Dott. Montanaro al Capo della Polizia;
b) relazione della commissione ispettiva al Direttore del DAP;
c) testimonianza inviata al Comitato d'Indagine Parlamentare da Marco Poggi, infermiere in servizio presso la struttura dal 17 al 22 luglio;
d) audizione del Ministro della Giustizia Sen. Roberto Castelli;
e) audizione del Vicedirettore del DAP Dott. Emilio Di Somma;
f) audizione del Dott. Alfonso Sabella, coordinatore del Sito Carcerario di Bolzaneto.
La relazione del Dott. Montanaro riporta numerosi rilievi critici tra cui i più significativi sono:
1. una totale ed inequivocabile carenza del momento organizzativo e gestionale; a tale riguardo segnala la mancata previsione di un responsabile della struttura di «trattazione dei fermati».
2. la mancanza di puntuali direttive organizzative e gestionali.
3. l'inosservanza diffusa del prescritto obbligo di relazione da parte dei dirigenti.
4. l'assenza di controlli da parte del personale dirigenziale o direttivo per tutto il periodo di funzionamento.
5. la farraginosità delle procedure che ha allungato i tempi di trattazione.
6. perplessità sulla correttezza della compilazione dei verbali d'arresto, redatti in maniera sommaria e senza l'indicazione dello stato di salute degli arrestati anche quando costoro presentavano vistosi segni di alterazione delle condizioni fisiche.
7. annota, infine, che il funzionario del reparto che aveva rilevato le funzioni di custodia la mattina del 22 luglio aveva trovato i fermati in piedi con le gambe divaricate e con le mani appoggiate al muro. Ritenendo superflua tale posizione aveva loro consentito di sedersi.
L'infermiere Marco Poggi afferma di aver dovuto assistere ad una sequela di violenze ingiustificate; in particolare:
I. i detenuti, in qualsiasi posto sostassero, dovevano stare in piedi, le gambe divaricate, le mani e la testa appoggiate al muro, rimanendo così anche per molte ore senza potersi né muovere né parlare.
II. il medico, già identificato, visitava senza camice, in modo rude e sgarbato, rivolgendo ai detenuti motti irridenti, senza accertare, come avrebbe dovuto, la natura delle lesioni nonché certificare la compatibilità delle stesse con l'asserita natura.
III. Il personale si rese responsabile di alcuni specifici episodi di violenze fisiche, di aggressioni verbali e di insulti volgari.
La lunga relazione della commissione ispettiva del DAP - della quale faceva parte lo stesso Dott. Sabella che, in qualità di Coordinatore della struttura, parrebbe avere caratteri di incompatibilità con il ruolo ispettivo, conclude che se da un lato emergono diversi episodi meritevoli di approfondimento in quanto verosimili e di sicura gravità, dall'altro è possibile ricavare in numerosi casi un'errata percezione dei medesimi da parte dei denuncianti.
L'audizione del Ministro Castelli conferma la visita effettuata al sito penitenziario di Bolzaneto accompagnato dal Dott. Sabella avvenuta tra le una e trenta e le due circa del 22 luglio, quindi nel cuore della notte, e specificatamente limitata all'area di pertinenza della Polizia penitenziaria. In quella occasione non trovò nulla di anomalo: i detenuti stavano in piedi, con le gambe divaricate, mani e faccia al muro e un Agente Penitenziario era all'interno della cella. Informatosi sul perché di quella disposizione, gli venne risposto che era necessario tutelare la donna presente nella cella (tenuta peraltro nella medesima posizione) da eventuali molestie o aggressioni. Alla domanda se abbia ritenuto credibile quella spiegazione afferma che a mente fredda gli pare strana e non esaustiva; però non ritenne grave quella modalità di detenzione perché: «I metalmeccanici per 35 anni lavorano in piedi dalla mattina alla sera e non li ho mai sentiti lamentarsi».

5. Considerazione critiche
La mancanza di un responsabile della struttura di «trattazione degli arrestati», nonché di direttive e di rapporti rendono difficile ogni approfondimento di indagine in ordine ai fatti accaduti negli ambienti gestiti dalla Polizia di Stato. Questo spiega perché l'indagine abbia posto in primo piano le responsabilità di gestione della Polizia Penitenziaria.
L'assenza di qualsivoglia controllo nell'esercizio di un potere di coercizione rappresenta di per sè stesso un fatto di rilevante gravità; gli abusi denunciati, infatti, non si sarebbero verificati se ci fossero state direttive precise e precisi incarichi di direzione.
Nella relazione della commissione ispettiva del DAP, appare evidente lo sforzo di minimizzare e giustificare laddove non si può smentire. Mentre si nega qualsiasi violenza od abuso si ammette che si è registrata una «ruvidità di comportamento», che è stata usata una «certa durezza», che si è proceduto «a vincere qualche resistenza passiva». Si nega che si siano sbattute le teste dei detenuti contro il muro, le teste, invece, venivano «premute con forza contro il muro». Si ammettono, peraltro, due episodi di violenza gratuita. Nel primo un Agente di P.S. - transitando in compagnia di un ispettore lungo il corridoio prospiciente le camere di sicurezza di pertinenza della P.P.- sferra una gomitata nella schiena di un detenuto che stazionava a gambe divaricate, mani e faccia al muro.
Nel secondo un agente di P.P. di passaggio nel corridoio colpisce con un calcio la gamba di un detenuto in attesa, nella canonica posizione, di fronte all'ufficio matricola. Entrambi gli episodi ricevevano una censura verbale da parte di personale della P.P. che aveva assistito, ma non dall'ispettore che accompagnava l'agente).
Ad avviso degli autori di questa relazione , nulla se non un intento vessatorio può giustificare l'obbligo di rimanere in piedi a gambe divaricate con le mani e la faccia al muro per ore e ore (fino a 18) senza potersi muovere e parlare. A riprova di quanto affermato valgono i casi di due detenuti ricoverati con codice rosso, in stato di incoscienza (documentato dal fotorilevamento), per sospette emorragie interne poi scongiurate dagli esami clinici che hanno portato alle dimissioni del primo dopo poche ore e del secondo dopo due giorni di ricovero.
Le diverse giustificazioni addotte, non sono accettabili alla luce del fatto che quelle strutture erano dimensionate per gestire una quantità di arresti ben superiore a quella registrata.
Non può non destare profondo sconcerto il fatto che quelle modalità di detenzione siano state esibite, senza imbarazzo di alcuna delle parti, al Ministro della Giustizia, che dovrebbe essere una delle massime Autorità dello Stato in tema di rispetto delle garanzie costituzionali della dignità della persona.
Un ultimo rilievo riguarda la legittimità della struttura: gli articoli 59, 60 e seguenti dell'ordinamento penitenziario - posti a fondamento del decreto ministeriale istitutivo della struttura di Bolzaneto - conferiscono al Ministro il potere di istituire istituti penitenziari e siti penitenziari al di fuori delle strutture carcerarie ordinarie, ma non uffici distaccati di istituti penitenziari già esistenti.
Ai fermati, inoltre, non sono stati garantiti i diritti previsti dagli articoli 383 e 384 del codice di procedura penale: il diritto ad informare un terzo dell'avvenuto fermo e la possibilità di ricorrere ad un avvocato difensore. Con un ordine di servizio della Procura di Genova, infatti, era stato posto il divieto di colloquio tra i fermati ed i loro difensori finché gli arrestati non fossero stati trasferiti presso le carceri di destinazione ovvero con una posticipazione dello stesso di 24 ore circa.

Capitolo III
ORDINE PUBBLICO A GENOVA E PROPOSTE DI RIFORMA

1. La Pianificazione Operativa delle Attività di Pubblica Sicurezza
Gli obbiettivi di pubblica sicurezza per il G8 di Genova sono stati enucleati e definiti in occasione delle direttive impartite dal Ministro dell'Interno del Governo Amato e dei Comitati Nazionali per l'Ordine e la Sicurezza Pubblica che si sono tenuti sino al 24 maggio 2001, approvando il documento elaborato dal Capo della Polizia - Direttore Generale della Pubblica Sicurezza. Questi venivano individuati nella tutela del vertice, nella tutela dei cittadini genovesi e della città di Genova, nella tutela del diritto di manifestare pacificamente il dissenso.
Per realizzare questi obbiettivi il prefetto di Genova emanava il 2 giugno 2001 una ordinanza con la quale venivano indicate nella città zone con vincoli differenziati: la zona rossa assolutamente vietata anche al traffico pedonale di soggetti non espressamente autorizzati, comprendente l'area portuale e le sedi del vertice e delle delegazioni; la zona gialla, esterna alla zona rossa quale zona cuscinetto, nella quale venivano interdette, fra l'altro, manifestazioni, volantinaggio e sosta degli autoveicoli; ed infine, quale terzo anello, una zona verde nella quale non avrebbero dovuto essere consentiti i cortei.
Questa pianificazione operativa di pubblica sicurezza aveva un carattere necessariamente provvisorio in quanto dipendente da tre circostanze: a) la individuazione dei luoghi direttamente interessanti le attività del vertice; b) la individuazione dei luoghi destinati all'ospitalità delle delegazioni ufficiali e dei capi di Stato e di Governo; c) la definizione delle manifestazioni di dissenso che sarebbero state autorizzate.
Solo la prima delle tre circostanze fu definita tempestivamente, anche perché ricadeva nella esclusiva responsabilità del Governo italiano, mentre le altre due sono state definite solo dopo il 15 giugno 2001. In particolare le delegazioni straniere erano state particolarmente riottose nell'accettare l'ospitalità sulle navi; il ritardo impose una sollecitazione del Ministro dell'Interno alla Farnesina il 30 aprile 2001 ed un ulteriore sollecito del capo della Polizia il 9 giugno 2001. Le manifestazioni infine vennero autorizzate solo il 12, 17 e 19 luglio 2001 con provvedimenti del Questore in seguito alla definizione dell'indirizzo politico da parte del Ministro dell'Interno, dopo l'incontro avuto a Roma, presso la Farnesina il 28 giugno 2001, come ha riferito il Ministro Ruggiero.
Il mutamento della situazione ha comportato una diversa impostazione operativa, definita nella riunione del 13 luglio 2001 tenutasi a Genova, con la presenza del Ministro dell'Interno e dei massimi livelli della Polizia di Stato e dell'Arma dei Carabinieri. La nuova impostazione derogava ampiamente, soprattutto per quanto concerne le interdizioni operanti nella zona gialla, alla ordinanza del prefetto del 2 giugno 2001.
Nell'ordinanza del Questore di Genova si dava conto del lavoro informativo, svolto ai fini della prevenzione, e si distinguevano i partecipanti alle manifestazioni come appartenenti, in ordine crescente di pericolosità, al blocco rosa, giallo, blu e nero. Con la descrizione dei diversi blocchi si rappresentava uno scenario molto diversificato che andava da associazioni ed organismi di autentica solidarietà, sino a organizzazioni estremistiche e persino eversive. Inoltre si descrivevano le modalità operative di queste ultime, capaci di muoversi, mimetizzarsi, dividersi in piccoli gruppi e trovare rifugio all'interno di manifestazioni pacifiche; si indicavano anche gli obbiettivi delle loro devastazioni: banche, catene commerciali, distributori di benzina.
Di qui l'esigenza di muoversi altrettanto dinamicamente ed agilmente con reparti specificamente addestrati come il Nucleo Sperimentale antisommossa o il settimo nucleo del Reparto mobile di Roma.
Le disposizioni del Ministro dell'Interno orientate verso il dialogo con i manifestanti, già avviato dal precedente Governo con maggiore prudenza, ma comunque doveroso, ebbero come effetto un'apertura al dialogo, come definito nell'incontro del 28 giugno 2001 con una delegazione del Genoa Social Forum. Da questa apertura sono scaturite alcune autorizzazioni a manifestazioni anche concomitanti con lo svolgimento del vertice. Tali autorizzazioni, però, non sono state accompagnate da un indirizzo politico e prescrizioni coerenti che avrebbero potuto consentire l'esercizio più agevole delle funzioni di pubblica sicurezza; si giunse a cancellare di fatto la zona gialla per concentrare ogni attenzione sulla sola zona rossa entro la quale il vertice si sarebbe svolto.

2. Le Proposte di Miglioramento delle Funzioni di Ordine e Sicurezza Pubblica in Occasione di Grandi Eventi e Manifestazioni di Piazza
Nel corso dei lavori del Comitato sono state presentate molte proposte di miglioramento della gestione dell'ordine pubblico. Qui si richiamano solo quelle riguardanti il mantenimento dell'ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini in occasione di grandi eventi e di manifestazioni di piazza.
Di fronte ad uno scontro di piazza che ha spesso assunto le caratteristiche della «guerriglia urbana», le forze di polizia si sono trovate impreparate psicologicamente poiché, come è stato detto, era la prima volta, da oltre venti anni, che quel tipo di disordini doveva essere affrontato.
Si vuole sottolineare che la formazione degli apparati di sicurezza sia rivolta non solo alle tecniche di ordine pubblico, ma anche alla preparazione psicologica di chi è chiamato a svolgere le sue funzioni spesso in condizioni di grave difficoltà.
Una seconda questione emersa nel corso dei lavori ha riguardato l'attività informativa Il numero elevatissimo di informative e la genericità di gran parte di esse non hanno consentito di comprendere la provenienza effettiva dei pericoli e di individuare i fronti realmente caldi. La massa indistinta delle notizie ed il modo di porgerle all'attenzione degli organi di prevenzione più che dare conoscenza ha ingenerato confusione.
Da qui la esigenza di impegnare nel futuro i nostri servizi di sicurezza su una attività informativa maggiormente selettiva, da cui possa emergere in concreto la capacità di analisi e la selezione delle priorità, attraverso una verifica puntuale della qualità delle fonti e del contenuto informativo, prima che esse siano trasmesse agli organi della prevenzione ed eventualmente alla polizia giudiziaria.
In questo quadro vanno collocati gli interventi di polizia durante il vertice, dove si sono verificati deficit dipendenti dai segnalati difetti dell'attività informativa e deficit dipendenti, dal mancato o difettoso coordinamento tra le forze di polizia nelle fasi operative o in quelle immediatamente precedenti.
La presenza di qualificato personale dell'Arma dei Carabinieri è emersa ben dopo l'audizione del Comandante Generale. Il gen. Ganzer ha sostenuto dinanzi al Comitato di essere andato a Genova per svolgervi compiti info-investigativi e cioè, nella sostanza, compiti che relativi all'attività dei servizi di sicurezza, dei servizi di prevenzione e di polizia giudiziaria.
Non risulta che di tale attività sia stato informato alcuno. In primo luogo non è stato informato il Ministro dell'Interno e per esso il Capo della Polizia - nella sua qualità di Direttore Generale della Pubblica Sicurezza. Su tale attività, o addirittura meglio, sull'attivazione in Genova di servizi di tal genere da parte dell'Arma dei Carabinieri nulla hanno potuto riferire i dirigenti della Pubblica Sicurezza, il Questore o il Prefetto, che, a vario titolo, per ragioni inerenti alla loro funzione o con speciali provvedimenti erano stati investiti del compito di programmare i servizi per la sicurezza del vertice e per il contrasto delle azioni violente durante il vertice stesso.
Il gen. Ganzer è vicecomandante del ROS e cioè del servizio di polizia dell'Arma, che corrisponde, nella Polizia di Stato, allo SCO diretto dal dott. Gratteri. Ebben,e dei compiti affidati e svolti a Genova dal dott. Gratteri vi è ampia documentazione; di quelli affidati al gen. Ganzer non esiste documentazione e comunque nulla è stato detto né al Comitato né alle autorità di pubblica sicurezza che stavano operando per il vertice di Genova.
Si è assistito anche in questa occasione a condotte non ispirate ai principi della cooperazione istituzionale e del coordinamento investigativo. Sul punto occorrono una riflessione immediata ed una risposta decisa: ancor più indispensabili in giorni come questi nei quali anche il nostro Paese è chiamato ad uno sforzo mai prima attuato per contrastare le nuove dimensioni del terrorismo internazionale.
In tema di coordinamento può essere ricordato l'episodio riportato dal Secolo XIX del 10 luglio 2001 che evidenziava come gli artificieri dell'Arma dei Carabinieri avevano fatto esplodere una autovettura parcheggiata nei pressi della Prefettura, ritenendola una autobomba, mentre la Polizia di Stato aveva già svolto alcuni giorni prima i relativi controlli ed aveva accertato che si trattava di una autovettura guasta.
È, quindi, indispensabile che tutte le attività riconducibili alle funzioni ed alla responsabilità del Ministro dell'Interno, quale autorità nazionale di pubblica sicurezza, e del Capo della Polizia, quale Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, da chiunque svolte, siano portate a conoscenza degli stessi attraverso le funzioni consultive del Comitato Nazionale dell'Ordine e la Sicurezza Pubblica, ovvero attraverso specifiche informative.
Possono essere impiegati norme appositamente previste, quali le direttive che il Ministro dell'Interno può emanare, per far circolare ogni utile conoscenza, ma anche per poter successivamente attivare quegli ulteriori strumenti di collaborazione anche internazionale previsti dagli accordi, ma anche suggeriti dalla particolare contingenza.
L'aggressione terroristica dell'11 settembre 2001 nei confronti degli U.S.A. potrebbe suggerire un'accelerazione delle proposte legislative in materia di servizi di informazione e dei poteri investigativi di polizia. Occorre però anzitutto che il Governo utilizzi gli strumenti normativi di cui già oggi dispone impedendo che restino inattuate le previsioni della legge n.121/1981 che attribuiscono al Capo della Polizia la funzione di «dirigere», coordinandole, tutte le attività di pubblica sicurezza. Il Ministro dell'Interno deve attuare concretamente (mediante regolamenti, circolari, ordini di servizio) le disposizioni introdotte dall'articolo21 della legge n.125/2001 (cd. pacchetto sicurezza).
Esse hanno previsto tra l'altro il rafforzamento delle funzioni del Centro elaborazione dati del Dipartimento della Pubblica Sicurezza stabilendo che le diverse forze di polizia vi inseriscano tempestivamente ed in modo uniforme tutte le notizie e le informazioni acquisite; hanno imposto al Ministro dell'interno di impartire direttive per la realizzazione di «piani coordinati» tra le diverse polizie per il controllo del territorio e alla loro attuazione ha preposto gli uffici provinciali delle forze di polizia.
Non è noto se le direttive sui piani coordinati ed il regolamento per l'uniforme inserimento dei dati acquisiti da ciascuna forza di polizia nel CED del Dipartimento siano stati emanati, né, ovviamente, è noto quale modello per la vigilanza sulla attuazione concreta e corretta di tali disposizioni, il Ministro stia realizzando.
Sta di fatto che la gestione dell'ordine pubblico a Genova si è mossa in direzione opposta rispetto al coordinamento o ne ha fatto uno «schermo» puramente burocratico-formale per evitare responsabilità.
Il punto relativo all'individuazione del responsabile dell'ordine pubblico merita un breve approfondimento. Il dott. Lauro, funzionario di pubblica sicurezza assegnato ai servizi di ordine pubblico nei pressi di piazza Alimonda, dove è rimasto ucciso il giovane manifestante Carlo Giuliani, ha riferito che, durante i giorni del vertice, la sua direzione dell'ordine pubblico avveniva
comunicando personalmente con l'ufficiale comandante dell'aliquota dei Carabinieri messa a sua disposizione e che le disposizioni da lui date venivano da questi poi trasmesse ai carabinieri sottoposti.
Senza indugiare sulla mancanza di collegamento radio tra il funzionario di pubblica sicurezza e l'ufficiale dei Carabinieri, che pure meriterebbe un commento , è emerso in tutta evidenza come nella concitazione degli eventi anche questa assolutamente contestabile modalità di comando sia risultata a volte inoperante perché il funzionario civile, che aveva la responsabilità dell'ordine pubblico, non riusciva a comunicare con l'ufficiale dei carabinieri.
L'ufficiale dei Carabinieri, invece, era in collegamento permanente con i Carabinieri operanti alle sue dipendenze.
È evidente la gravità delle conseguenze, che queste modalità operative hanno determinato. Tali modalità contraddicono il concetto di direzione unitaria dell'ordine pubblico e fanno del funzionario una sorta di colpevole «istituzionalizzato» dei disordini di una piazza o di uno stadio.
Nulla impedisce che la normativa venga rivista, ma ormai non si possono più utilizzare comodi schermi formali. La Commissione, a seguito delle risultanze del comitato di indagine, non può ignorare il problema e deve farsene partecipe con forza perché il Governo assuma determinazioni non equivoche.
Specie in occasione di grandi eventi, di manifestazioni a carattere internazionale alla centralizzazione delle responsabilità deve corrispondere l'effettività del comando.
A tal fine il Ministro dell'Interno deve emanare chiare direttive: le aliquote delle forze di polizia diverse dalla Polizia di Stato che in occasione delle attività di ordine pubblico vengono messe a disposizione del Questore e del funzionario di pubblica sicurezza devono essere soggette effettivamente al comando operativo di tali autorità senza alcun filtro.
La responsabilità del funzionario di pubblica sicurezza deve trovare effettività nell'azione di comando, proprio per la sua riferibilità al Ministro dell'Interno, attraverso direttive e disposizioni attuative che lo mettano in condizione di svolgere in concreto il ruolo che la legge gli assegna.
Infine vanno sottolineate le gravi «confusioni» istituzionali che si sono registrate durante il G8 di Genova. Qui non si tratta solo di parole. È in gioco il rispetto di quel complesso di regole, scritte e non scritte, che, nella loro interezza fotografano il principio di legalità di un paese. Di certo inquieta che in una sala operativa siano presenti, sia pure per poco, durante delicatissimi momenti, alcuni esponenti politici; che in una caserma siano di fatto costituiti istituti penitenziari; che il Ministro della Giustizia, garante primo di quella legalità, non sappia rendersi conto nelle sue difficilmente spiegabili visite notturne, che qualcosa di grave sta accadendo e contribuisca invece, con la sua presenza, a rendere più difficile il lavoro di operatori di polizia o, quantomeno, più soggetto ad interessati «inquinamenti interpretativi».
Non è in questione la possibilità per il Ministro della Giustizia di istituire presidi penitenziari con decreto, ma la grave inopportunità, suscettibile di trascendere nella illegittimità, di istituire tale presidio all'interno di una struttura di polizia, con prevedibili cadute nel rispetto delle procedure e dei diritti stabiliti dalla Costituzione e dalle leggi in favore dei soggetti arrestati o fermati.
Allo stesso modo non si vuole interdire la possibilità di far visita e dare incoraggiamento da parte di esponenti di Governo e delle forze politiche a coloro che sono impegnati nel garantire la sicurezza dei cittadini, ma ciò non può essere consentito mentre le attività sono in pieno svolgimento qualora gli stessi non siano titolari di una specifica funzione di responsabilità nel comando delle operazioni.
Al riguardo il Ministro dell'Interno dovrebbe sollecitare una discussione nell'ambito del Governo, nella sua collegialità, affinché le prerogative istituzionali dell'autorità di pubblica sicurezza non vengano in alcun modo prevaricate; dovrebbe inoltre invitare i Comandanti delle varie forze di polizia ad emanare una circolare con la quale fornire specifiche indicazioni a tutti i comandi territoriali in ordine al divieto assoluto di consentire presenze di soggetti anche qualificati, ma estranei alla linea di comando, nelle sedi interessate dall'esercizio di importanti attività di ordine pubblico durante le fasi operative.
Le questioni relative all'ordine e la sicurezza pubblica vanno ricondotte in una chiave istituzionale nella esclusiva responsabilità politica del Ministro dell'Interno, che ne risponde dinanzi al Parlamento ed al Paese, secondo lo schema rigoroso dei sistemi democratici che non tollera alcuna interferenze di alcun tipo.
Infine, dalla esperienza del G8 di Genova scaturisce l'esigenza di un approfondimento su come in concreto può essere garantito il diritto di manifestare liberamente.
Il dialogo è una componente essenziale per il buon esito di un' attività di ordine pubblico. Anche per questo è indispensabile che i soggetti deputati a svolgere questo dialogo e questi contatti siano titolari dell'effettivo comando operativo.
Ne discende la imprescindibile esigenza di ridefinire e riaffermare con urgenza la esclusività del ruolo e delle funzioni della autorità nazionale e locale di pubblica sicurezza, anche alla luce degli interventi normativi che si sono succeduti nel corso degli anni, affinché si possa affrontare il futuro, che si presenta difficile, con minori confusioni ed incertezze, ma soprattutto con maggiore sicurezza e libertà.

Capitolo IV
INTERPRETAZIONE DELLA VICENDA

1. Il «dopo» Genova
Dopo il vertice di Genova è radicalmente mutata la sensibilità ai temi della globalizzazione.
Ha pesato la morte di Carlo Giuliani.
Ha colpito il numero di partecipanti ai cortei e ai dibattiti, complessivamente, circa 300 mila, il più alto in assoluto per questo tipo di eventi. Hanno partecipato soprattutto giovani; ma anche famiglie, persone comuni che lì hanno trovato il senso di una cittadinanza vissuta come partecipazione a valori di solidarietà.
Ha incuriosito la partecipazione di mondi assai diversi tra loro, dalle suore ai centri sociali.
Si è diffusa indignazione tanto per le violenze di gruppi di manifestanti contro la città e contro le forze di polizia, quanto per le violenze di appartenenti alle forze dell'ordine contro manifestanti inermi.
Alle democrazie dei paesi più avanzati sono state poste nuove domande che riguardano: l'equità nelle relazioni tra i popoli, il rapporto tra giovani generazioni e sistemi politici, il modo in cui i sistemi politici possono guadagnare la fiducia delle generazioni più giovani, il rapporto tra diritto di manifestare e sicurezza delle città.
Dopo Genova i temi della povertà, delle malattie, della fame, della sete, dell'ingiustizia tra i popoli sono stati inseriti nelle agende degli impegni internazionali (14).
Solo dopo Genova alcuni capi di governo hanno cominciato ad affrontare il tema della tassazione delle grandi transazioni finanziarie puramente speculative al fine di ricavare risorse da utilizzare a vantaggio dei paesi più poveri del mondo. Si tratta delle prese di posizione di Lionel Jospin e di Gerhard Schroeder. Il Ministro delle Finanze belga Didier Reynders, pur mostrandosi scettico sugli effetti della cosiddetta Tobin Tax, si dichiara dopo Genova favorevole all'inserimento del tema nell'agenda della riunione dei ministri finanziari dell'Unione Europea (Ecofin) del 21 e 22 settembre 2001.
La Tobin Tax è stata proposta per la prima volta nel 1972 dal Premio Nobel per l’Economia, James Tobin. Si tratta di un’imposta molto limitata pari allo 0,05-0,01% da applicare a tutte le transazioni valutarie di carattere puramente speculativo ed a tutte le operazioni finalizzate alla conversione di una valuta in un’altra. Secondo calcoli attendibili la liberalizzazione dei mercati finanziari ha portato ad una crescita abnorme dell'economia finanziaria rispetto all'economia reale. Ogni giorno sul mercato dei cambi verrebbero scambiati 1800 miliardi di dollari: più del 95% è collegato ad attività di natura speculativa. Secondo alcuni calcoli questa tassa potrebbe portare ad introiti pari a circa 90 miliardi di dollari l'anno; secondo le Nazioni Unite ne servirebbero la metà per sovvenire i bisogni primari delle popolazioni più povere.
Uno degli economisti italiani più ostili alla Tobin Tax, il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, soltanto dopo la vicenda Genova ha presentato una proposta sostitutiva di questa tassa, ma con analoghe finalità (Le Monde, 12 settembre 2001). Non è qui in discussione l'efficacia dell'iniziativa; conta che anche questa proposta nasce soltanto dopo i fatti di Genova.
Il Rapporto 2002 della Banca mondiale, «Building Insitutions for Markets», pubblicato nel settembre 2001, segna un netto cambiamento di rotta rispetto al passato. Lo sviluppo dei paesi poveri sarebbe stato agevolato, secondo i rapporti precedenti, soltanto dalla totale e assoluta liberalizzazione dei mercati. L'ultimo rapporto, invece, pubblicatodopo le grandi manifestazioni
antiglobalizzazione, individua in istituzioni efficienti il presupposto fondamentale per lo sviluppo dei paesi poveri (15).
Il Financial Times del 12 settembre 2001, sottolinea come anche la Banca Mondiale, dovendo tener conto del dibattito sulla globalizzazione, abbandoni gli antichi lidi e scelga una via di mezzo tra gli opposti estremismi del liberismo e della pianificazione, sostenendo la necessità di forti ed efficienti istituzioni per garantire il mercato e vincere la povertà.
Solo dopo Genova si è discusso, in Italia e fuori d'Italia, dell'utilità dei vertici internazionali, non perché essi non debbano considerarsi legittimi - qui ha sbagliato e sbaglia una parte dei contestatori - ma perché non possono considerarsi esaustivi. È emersa la necessità di accompagnare questo tipo di incontri con impegni credibili per la riforma di alcune grandi istituzioni internazionali, come il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, il WTO, il FMI e la Banca Mondiale, in modo da trovare un giusto equilibrio tra le esigenze della rappresentanza e quelle della governabilità.
FMI (Fondo Monetario Internazionale) e Banca Mondiale, furono istituiti con la Conferenza di Bretton Woods nel luglio 1944. Entrambe le istituzioni condividono il modello «neoliberale» dell’economia mondiale. In entrambe le istituzioni i Paesi membri esercitano il diritto di voto proporzionale al contributo che versano per il loro funzionamento.
Pertanto risultano controllate in modo pressocché esclusivo dai Paesi ricchi, che possono permettersi contributi maggiori. I Paesi più poveri ottengono prestiti dalla Banca Mondiale e dal FMI soltanto a condizione che sottoscrivano programmi di «aggiustamento strutturale» che, in molti casi hanno comportato al loro interno l’aumento della povertà e delle disuguaglianze economico-sociali. Nel FMI, su 183 Paesi membri, i soli Paesi del G8 detengono il 48,4% dei voti.
Alla Banca Mondiale, su 183 Paesi membri, i Paesi del G8 hanno il 45,7% di voto. Nel WTO, l'Organizzazione mondiale del commercio (World Trade Organization), nata nel 1995, vale il principio di un voto per Paese. Ma i Paesi che non possono sostenere per i propri rappresentanti le spese di lunga permanenza non sono in grado di partecipare alle riunioni. Accade quindi che si fanno finanziare da Paesi più potenti o direttamente da una lobby di multinazionali interessate al loro voto. Pur prescindendo da questa particolarità, il principio «un Paese un voto» è oggi, per quanto auspicabile, poco realistico perché rischia di allontanare dalle organizzazioni i Paesi che contribuiscono in misura maggiore. Si possono porre, inoltre, delicati problemi di governabilità di queste istituzioni economiche essendo eccessivo il gap tra l'uguale peso del voto e la disuguaglianza degli oneri che da quelle decisioni possono derivare sui singoli Paesi.
Le vicende di Genova hanno creato gravissimi problemi di ordine pubblico, ma, proprio per questo complesso di ragioni, non possono essere considerate soltanto un problema di ordine pubblico.
Non devono sfuggire alla nostra sensibilità il significato della partecipazione di un così elevato numero di pacifici cittadini, la professionalità dimostrata dalla grande maggioranza delle forze dell'ordine in condizioni di particolare difficoltà, la necessità di riformare la nostra democrazia politica per aprirla alle domande «riformatrici» venute da Genova e per aprire un dialogo con tutti coloro che chiedono una globalizzazione diversa.
Anche le stragi di New York e di Washington ci impongono, oltre all'esigenza di colpire con tutta la necessaria durezza gli attentatori e chi li ha favoriti, l'obbiettivo di separare da quei criminali tutti coloro che, vivendo miseramente nella parte povera del mondo, possono considerare responsabile delle loro condizioni di vita l'intero Occidente e giungere a giustificare o addirittura a condividere atti di quella disumana violenza.
Nel futuro delle nostre vite saremo costretti a misurarci sempre di più con i problemi sollevati a Genova. Oscurarli significherebbe far vincere la logica della violenza, che ogni volta tenta di sacrificare il dialogo per imporre lo scontro come prevalente misura dei rapporti umani.

2. I temi discussi in Italia
In Italia le giornate di Genova hanno avuto un impatto del tutto particolare. A noi non si sono poste solo le domande comuni alle altre grandi democrazie.
Il vertice si è svolto in Italia, era la prima grande prova internazionale del nuovo Governo di centro destra; è stato seguito con attenzione da tutto il mondo avanzato.
Il tragico fallimento della sicurezza pubblica fuori della cosiddetta «zona rossa», dove si svolgeva il vertice, ha reso purtroppo poco rilevanti il significato e i risultati dell'incontro.
Ha invece aperto la porta a discussioni ed analisi che hanno riguardato la scelta della città come sede del vertice, il rapporto tra dissenso, disobbedienza civile e violenza, la preparazione delle forze dell'ordine a fronteggiare eventi di questo tipo, il coordinamento tra le diverse forze di polizia, il deterioramento dell'immagine del Paese dopo che, con l'ingresso nell'Unione Monetaria Europea ed il risanamento della finanza pubblica, l'Italia aveva ripreso con autorevolezza una collocazione di prestigio nello scacchiere internazionale.

3. Il peso della morte di Carlo Giuliani
La morte di Carlo Giuliani è stata la prima nel mondo in occasione di manifestazioni antiglobalizzazione; la prima in Italia dopo quella di Giorgiana Masi, avvenuta a Roma il 12 maggio 1977.
Questa tragedia ha segnato il senso di quelle giornate. Ha conferito un significato del tutto particolare alle devastazioni di parte della città, alle aggressioni contro le forze dellordine, ai gravi maltrattamenti contro manifestanti pacifici e persone arrestate, alla singolare «perquisizione» notturna nella scuola Pertini (ex-Diaz).
Senza la morte di questo giovane, che aveva deciso solo all'ultimo momento di partecipare alla manifestazione, rinunciando ad una progettata gita al mare per solidarietà con i manifestanti, e tuttavia autore anch'egli di atti di violenza contro le forze dell'ordine, le giornate di Genova sarebbero state ricordate soprattutto per il fallimento di una gestione politica e operativa dell'ordine pubblico.
Dopo quella morte appaiono invece in tutta la loro gravità la sterile polemica sulla scelta della città di Genova, la contraddittorietà degli indirizzi della maggioranza e del governo, il tentativo di isolare le forze dell'ordine dalla società civile e di rompere il rapporto istituzionale tra queste e la magistratura, i difetti gravi nel coordinamento delle diverse forze di polizia e nelle loro concrete modalità di impiego, le speculazioni successive di alcuni uomini politici, la difficoltà di rispondere adeguatamente alle domande politiche, sociali e culturali poste dal movimento.
A Genova si sono poste domande di inedita portata: giustizia per i poveri di tutto il mondo, diritto allo sviluppo, alla salute, alla pace, all'ambiente. Ma anche la necessità di riaffermare nel nuovo contesto le garanzie, la sicurezza e la libertà: libertà per i manifestanti pacifici e per i cittadini, sicurezza nel corso delle manifestazioni per le persone e per le cose, garanzie per gli stessi appartenenti alle forze dell'ordine le cui condizioni di lavoro, per l'insensatezza dei responsabili politici, non devono diventare tali da esporre a rischio la loro stessa incolumità fisica e quella dei cittadini.

4. I temi di cui non abbiamo discusso
Genova avrebbe potuto costituire, nonostante le intuibili difficoltà, un momento di sforzo unitario del Paese, delle sue Istituzioni e delle sue forze politiche, sociali e culturali.
Avrebbe potuto costituire anche dopo la morte di Carlo Giuliani, un momento di serietà e di rigore, idoneo a rassicurare il Paese, le sue forze di polizia e l'opinione pubblica internazionale.
Si sarebbe potuto anticipare una seria riflessione sui limiti dell'attuale catena di comando in materia di ordine pubblico. È risultato, ad esempio, che il funzionario civile, responsabile della sicurezza sulla piazza, non può ordinare direttamente ai carabinieri le operazioni da svolgere, ma deve passare attraverso l'ufficiale o, in alcuni casi, attraverso un sottufficiale, con la conseguenza dell'impossibilità di dare ordini quando nelle fasi più concitate l'intermediario sia lontano da lui (16).
Si sarebbe potuto riflettere sui limiti della nostra democrazia politica, sul modo in cui allargarla a nuovi soggetti, a nuove idee, a nuovi valori.
Così non è stato, soprattutto perché sono prevalse in settori della maggioranza la chiusura ad ogni critica e la tendenza ad utilizzare a fini di parte le vicende di Genova.

5. Le scelte contraddittorie
Dai lavori del Comitato è emerso il quadro confuso di un miscuglio di scelte politiche contraddittorie che hanno disorientato gli operatori di polizia, non hanno contrastato e isolato i violenti, non hanno garantito i manifestanti pacifici, hanno avallato le violenze di appartenenti alle forze dell'ordine nei confronti di manifestanti inermi e nei confronti di giovani arrestati, non hanno riconosciuto il comportamento civile della grande maggioranza dei manifestanti e delle diverse forze di polizia.
Hanno nuociuto soprattutto quattro fattori:
a) L'assoluta ed esclusiva prevalenza data, dal Ministro degli Interni, alla tutela della zona rossa;
b) il tentativo del centro destra, dopo i fatti di Göteborg, ed ancora di più dopo i fatti di Genova, di prendere le distanze dalla scelta di questa città come sede del vertice;
c) la fuga di notizie incontrollate provenienti dai servizi di sicurezza, idonee ad esasperare la tensione prima del G8;
d) il tentativo della componente più estremista della maggioranza di aprire una lacerazione tra forze dell'ordine e società civile.

6. Il Genoa Sociale Forum e le sue componenti
Il Comitato ha inoltre analizzato il ruolo del Genoa Social Forum e delle sue varie componenti.
Il movimento è una realtà assai complessa. Vi si riconoscono più di 700 sigle associative e non c'è un'unità di progetto politico.
Le componenti principali sono due.
La prima è contro la globalizzazione in quanto tale e comprende tipi di motivazioni assai diverse tra loro. Una prima motivazione è nettamente anticapitalistica ed antiamericana; coglie soltanto i limiti, i vizi e i rischi del capitalismo e del modello di vita americano senza coglierne gli aspetti positivi.
Una seconda motivazione si pone agli antipodi della prima; ha un carattere localistico, di chiusura e ripiegamento sulle radici tradizionali, ha paura del «meticciato»e della perdita di identità che inevitabilmente la globalizzazione porta con sé ed intende rifugiarsi nei mondi delle piccole comunità locali, nei valori delle piccole appartenenze. La Lega Nord, come è emerso più volte in Parlamento, è l'espressione italiana di questi orientamenti; avrebbe voluto addirittura marciare contro il vertice di Nizza, e rinunciò solo in forza dell'accordo elettorale con Forza Italia. Così anche quelle associazioni contadine, in particolare francesi, che protestano contro le barriere doganali ai propri prodotti, ma invocano le stesse barriere contro i prodotti altrui.
La seconda componente si impegna per un'altra globalizzazione, dal volto umano, estesa ai diritti ed alle libertà civili e religiose, non limitata al mercato e all'informazione. Questi movimenti colgono gli aspetti positivi della globalizzazione e vogliono estenderli a coloro che ne sono esclusi. La parte più idealista, che comprende anche un'anima religiosa, invoca giustizia tra i popoli, lotta contro la povertà, la fame, le malattie e la sete, l'analfabetismo, e chiede la globalizzazione dei diritti e dei valori civili. La parte più politica si interroga su come ottenere questi obbiettivi e propone la riforma democratica dei grandi organismi internazionali.
Nelle iniziative del movimento, inoltre, si inseriscono a volte, senza farvi strategicamente parte, provocatori, anarchici insurrezionalisti, gruppi eversori e violenti di diversa collocazione politica, black blockers, che utilizzano parassitariamente le manifestazioni per attaccare le forze di polizia, fare opera di provocazione, distruggere beni che essi ritengono simboli della società che avversano.
A causa di questa complessità, e dell'impossibilità di riduzione ad unum dell'intero movimento, non si possono attribuire a tutte le componenti del movimento linguaggi e comportamenti propri di alcune di esse.
Tuttavia alcuni gruppi di manifestanti non hanno né isolato né condannato le violenze, si sono avvalse di un linguaggio aggressivo, non hanno segnato con nettezza il confine che esiste tra la disobbedienza civile e la violenza, hanno tenuto comportamenti ambigui, come la riproduzione davanti alle telecamere delle tecniche di violazione della zona rossa.
Tutto ciò ha contribuito ad alimentare il clima di tensione, ha incoraggiato taluni all'aggressività ed ha fornito alle componenti più estremiste della maggioranza parlamentare il pretesto per dare un'immagine violenta di tutto il movimento.
Il dr. Agnoletto, portavoce, del GSF ha ammesso l'errore dell'uso di un linguaggio violento (seduta del 6 settembre 2001, p. 79 del fascicolo).
Luca Casarini, portavoce delle «tute bianche», ha spiegato al Comitato il comportamento della propria componente del GSF senza la consapevolezza della scarsa consistenza, nella pratica, dei confini tra i comportamenti da lui definiti di «disobbedienza civile» e la violenza vera e propria.
Tuttavia la responsabilità di alcune componenti del GSF non è di per sé idonea a cancellare o ridurre le responsabilità del governo e di chi era responsabile in loco della pubblica sicurezza.
Era infatti ampiamente noto a tutti che Genova, è la stessa cosa sarebbe valsa per qualunque altra città (17), sarebbe stata attaccata da gruppi violenti.
Infatti prima di Genova altre manifestazioni avevano fatto presagire le difficoltà nelle quali ci si sarebbe imbattuti.
A Seattle si svolse dal 30 novembre 1999 al 4 dicembre 1999 la terza conferenza ministeriale del WTO e contemporaneamente si tenne la prima manifestazione di protesta contro la globalizzazione economica. Parteciparono circa 50 mila manifestanti da tutto il mondo e le proteste impedirono lo svolgimento della cerimonia inaugurale della conferenza. A causa degli scontri il Sindaco della città impose il coprifuoco e furono arrestate circa cinquecento persone.
A Praga si svolse dal 26 al 28 settembre 2000 la riunione annuale del Fondo monetario internazionale e della Banca Mondiale. Alle manifestazioni rivolte contro le politiche del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale parteciparono circa 5.000 giovani da tutta Europa.
La protesta condotta dall'ala dura del movimento scatenò una guerriglia urbana, con lancio di molotov, cariche delle forze dell'ordine, lancio di lacrimogeni, barricate e cassonetti in fiamme. Ci furono 60 feriti e alcuni fermati.
A Genova si tenne nel maggio 2000 la prima mostra convegno internazionale sulle biotecnologie: Tebio. Sessantadue espositori e mille convegnisti di 6 paesi vennero contestati da più di tremila manifestanti. I gruppi pacifici, con la sigla Mobiltebio che raccoglie 500 associazioni manifestano senza disordini. Controtebio (anarchici) e alcuni centri sociali manifestano in modo aggressivo. I gruppi violenti si scontrano con la polizia agli ingressi della mostra. Il bilancio fu di una ventina di feriti, due arrestati ed alcuni danni alle cose.
A Nizza si tenne dal 7 all'11 dicembre 2000 il Consiglio europeo; per la prima volta un incontro istituzionale dell'Unione Europea venne accompagnato da episodi di protesta violenta. Alcune centinaia di giovani dell'ala dura del movimento anti globalizzazione distrussero nella mattinata del 7 negozi, incendiarono una banca, affrontarono con sassaiole le forze dell'ordine; la polizia sparò proiettili di gomma e lanciò lacrimogeni. Furono circa quaranta gli arrestati. Nel pomeriggio dello stesso giorno si tenne senza incidenti un convegno del movimento federalista europeo.
A Göteborg dal 14 al 15 giugno 2001 si tennero il Consiglio europeo e il vertice tra Unione Europea e Stati Uniti. Manifestarono circa novemila persone. La città fu teatro di duri scontri tra gruppi di manifestanti e forze dell'ordine. Negli scontri venne gravemente ferito un ragazzo. Furono circa 600 gli arrestati di cui 8 vengono processati per direttissima.
Questi precedenti avrebbero dovuto condurre nella gestione pratica dell'ordine pubblico a distinguere tra violenti e non violenti. Ma la repressione a Genova si è rivolta prevalentemente contro gli inermi ed invece i gruppi violenti sono stati prevalentemente lasciati agire.
In una scena ripresa da una emittente televisiva locale, TeleGenova, si vede chiaramente un cittadino, in Corso Torino, dove erano state appena effettuate devastazioni, che, impaurito per il disordine, giunge ad inveire contro le forze dell'ordine chiedendo il loro intervento a tutela della città per evitare che i cittadini siano costretti a difendersi da soli. Il cittadino è visibilmente esasperato, tanto che alcuni poliziotti si avvicinano cortesemente a lui per calmarlo.

7. La principale responsabilità del Ministro dell'interno
Il ministro Scajola ha indicato nel suo intervento in Comitato, e quindi dopo l'evento, i cinque obbiettivi che il governo intendeva garantire a Genova: a) assicurare il regolare svolgimento del vertice, garantendo ai Capi di Stato, ai Capi di Governo e a tutte le delegazioni di partecipare in condizioni di completa sicurezza; b) tutelare i diritti dei cittadini che erano a Genova, l'incolumità della città e dei beni dei privati; c) garantire la libertà di manifestazione durante le giornate della conferenza a tutti coloro che avessero espresso le loro opinioni pacificamente e nel rispetto delle leggi; d) agire con il massimo rigore nell'azione di contrasto verso i violenti che avessero tentato di turbare il regolare svolgimento del vertice; e) offrire piena fiducia all'azione delle forze dell'ordine.
È stato conseguito soltanto il primo dei cinque obbiettivi. Ma non sono stati tutelati né la città di Genova, né la libertà di manifestazione pacifica, né è stata assicurata la repressione dei violenti. È stata messa a rischio la fiducia dei cittadini nelle forze di polizia.
Sono quattro fallimenti gravi determinati dal fatto che in verità l'unica reale priorità era costituita dalla cosiddetta difesa della zona rossa. Tutto il resto era considerato secondario ed accessorio.
La scelta di concentrare le forze di polizia nella zona rossa ed attorno a questa zona, rinunciando a presidiare l'intero territorio della città con la medesima cura, ha permesso ai violenti di spadroneggiare, ha impedito ai reparti delle forze dell'ordine di svolgere un'azione serena e ferma di controllo del territorio e li ha costretti ad inseguire disordinatamente i manifestanti, di modo che sono stati i più violenti tra loro a determinare con le distruzioni gli spostamenti delle forze dell'ordine.
D'altra parte l'obbiettivo prioritario per il governo, lo era anche per le forze dell'ordine; in assenza di una ordinata e previdente distribuzione delle forze sul territorio, ciascun reparto era responsabilizzato a non creare condizioni che potessero mettere a rischio la zona rossa. Ciò forse spiega alcune singolarissime inerzie.
Fatto sta che il Ministro ha ritenuto di difendere i capi di stato e di governo prevalentemente con la presenza delle forze di polizia, nulla di più giusto, e di difendere i genovesi prevalentemente attraverso il dialogo con gli esponenti dei manifestanti, niente di più sbagliato. Il dialogo era utile, anzi necessario, ma per ragioni di ordine civile, non per ragioni di ordine pubblico. Era ed è giusto consentire ad un movimento, che pone grandi straordinari problemi all'attenzione di noi tutti, di poter esprimere liberamente le proprie posizioni. Ma la gestione contrattata dell'ordine pubblico è possibile solo quando le manifestazioni sono indette e gestite da organizzazioni omogenee e con una riconosciuta capacità di tenuta della piazza. Nella specie il GSF, proprio per rappresentare oltre 700 organizzazioni dagli orientamenti ideali più diversi, per la prima volta tutte insieme alla prova della manifestazione di piazza, non aveva né poteva avere le caratteristiche di tenuta proprie delle forze politiche o sindacali tradizionali.
Inoltre il Ministro, aveva tutte le informazioni necessarie per prevedere quello che sarebbe accaduto. Ma nulla ha fatto per difendere Genova e i genovesi, forse sulla base dell'erroneo e non responsabile calcolo che i disordini nella città avrebbero comunque trattenuto i manifestanti lontano dalla «zona rossa».
Il ministro dell'Interno, in base alla legge sulla riforma della polizia (121/81), è «responsabile della tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica», «adotta i provvedimenti per la tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica», emana non solo «direttive» ma anche specifici «ordini» nei confronti del dipartimento di pubblica sicurezza.
Si può discutere di queste forme di responsabilità in capo ad un'autorità politica; alcune di queste previsioni vanno riviste, come noi proponiamo più avanti. Ma oggi lo statuto del Ministro dell'Interno è quello definito dalla legge. Ai doveri, che da quello statuto derivano, l'on. Scajola è venuto meno.
I lavori del Comitato hanno messo in luce inoltre come nella maggioranza e nello stesso governo siano emerse differenze e contraddizioni che hanno concorso a disorientare l'opinione pubblica e le forze di polizia.
Il 9 maggio il presidente della Regione Biasiotti dichiara a La Stampa: «Genova non può permettersi di ospitare le manifestazioni degli antiG8 nei giorni del summit».
Su Il Corriere della Sera del 3 giugno l'on. Frattini, che sarà ministro della Funzione pubblica nel governo Berlusconi, sostiene invece la necessità del colloquio.
Anche dopo Göteborg le valutazioni divergeranno. Mentre il Presidente del Consiglio insisterà sul tema dell'allarme e della paura, il ministro degli Esteri riferirà al Comitato, rispondendo ad una domanda dell'on. Boato, che dopo Göteborg si manifesta la consapevolezza che la protesta conteneva «elementi che rappresentavano valori nuovi e vecchi, ma che nessuno poteva mettere in discussione, come i diritti umani, i diritti dei lavoratori, la protezione dei bambini, l'ecologia, la protezione dell'ambiente, la lotta alla povertà eccetera.... Direi che dopo Göteborg tali argomenti sono entrati nel dibattito tant'è vero che Göteborg ha avuto forse un'influenza positiva nel convincere tutte le delegazioni che questi dovevano essere i temi del vertice di Genova» (18).
L'11 aprile 2001, un mese prima delle elezioni, l'on. Gasparri, esponente di Alleanza Nazionale e Ministro delle Comunicazioni nel governo Berlusconi, dichiara a Il Giornale: «È sbagliata la strategia del dialogo con gli oppositori del G8. Palazzo Chigi ha sottovalutato la violenza del popolo di Seattle».

8. La condivisione della scelta di Genova come sede del G8
La scelta della città di Genova come sede del G8 venne proposta formalmente in Parlamento dal Governo D'Alema con il ddl 4566 del 5 aprile 2000 intitolato «Disposizioni per l'organizzazione del vertice G8 a Genova».
C'era già stata Seattle; ma non fu sollevata alcuna obiezione, anzi gli esponenti del centro destra che intervennero tanto alla Camera quanto al Senato sottolinearono non solo la condivisione della scelta, ma anche il positivo clima di concordia tra maggioranza e opposizione.
Alla Camera, ad esempio, fu l'on. Armaroli, di AN, che ribadì: « Su un disegno di legge governativo sono i deputati dell'opposizione che si schierano a favore di Genova».
Simile fu la situazione nella legislatura successiva quando il governo Berlusconi presentò alle Camere il ddl di conversione del Decreto Legge 160/2001 «recante ulteriori finanziamenti per la presidenza italiana del G8 per l'anno 2001 e per il vertice di Genova». C'erano già state, come detto in precedenza, Praga, Nizza, Göteborg, il salone delle biotecnologie a Genova e il forum di Napoli sulla E-governance. Il clima fu comunque unitario; e chi criticò la scelta di Genova lo fece solo in relazione alla necessità di dover impiegare nuove risorse finanziarie ( int. on. Armani in Commissione speciale, 15 giugno 2001).
A questa critica rispose l'on. Baiamonte, di Forza Italia, che ricordò il comportamento cooperativo tenuto dall'opposizione nella precedente legislatura.
Ma la questione fu affrontata in modo più approfondito dal senatore Grillo, del gruppo F.I., in sede di dichiarazione di voto il 27 giugno 2001: «Si è parlato in questi giorni e a lungo del G8 e da taluni si è osservato che Genova, per la sua struttura urbanistica e per le caratteristiche del suo territorio mal si addice ad ospitare vertici così importanti.
Non c'è dubbio - lo dico io, rappresentante eletto in questa città- che ci sia del vero in questo, ma credo che il problema non sia Genova e la sua struttura urbanistica e orografica, bensì un altro.
Credo infatti che finché i vertici fra i Grandi della Terra si svolgeranno nei centri urbani, dovremo mettere comunque e sempre in conto i problemi della contestazione e, conseguentemente, quelli della sicurezza. D'altro canto credo che sia inimmaginabile pensare di svolgere incontri di questo livello, che hanno avuto in questi anni lo sviluppo che conosciamo, in località isolate, dando così l'impressione di cercare un rifugio in soluzioni che potrebbero apparire, queste sì , conseguenza di
una scelta ancora più elitaria, ancora più distante dal consenso della gente...Sono convinto invece che a Genova il nostro Paese saprà ben figurare, dimostrando con le sue capacità organizzative, all'opinione pubblica mondiale quanto sia meritata la sua credibilità internazionale».
Un mese prima dell'evento, illustrando una sua interrogazione al vice presidente del Consiglio, l'on. Bornacin (AN) confermava l'unanimità della scelta: «(Il vertice di Genova) nacque come un'occasione importante per il nostro Paese, per la città di Genova, tanto è vero che, pur essendo stato approvato dal precedente Governo, i disegni di legge che ne varavano l'organizzazione vennero votati anche dal centrodestra con una procedura d'urgenza sia al Senato che alla Camera» (19).
Dopo il vertice di Göteborg i quotidiani dettero notizia di discussioni in sede di governo circa la possibilità di spostare il vertice da Genova ad altra sede. Si ritenne di confermare Genova, informava il Corriere della Sera del 17 giugno, perché ormai era troppo tardi ed anche per un'altra ragione: «...la tesi politica a favore del mantenimento del vertice nel capoluogo ligure - scriveva l'autorevole quotidiano - è che l'eventuale grave insuccesso sul piano dell'ordine pubblico sarebbe stato attribuibile pressoché in toto ai governi di centrosinistra. Se invece la sede venisse spostata il nuovo governo ne avrebbe una più diretta responsabilità».
La tesi veniva confermata da successive dichiarazioni del presidente del Consiglio, secondo il quale i meriti ed i demeriti del G8 sarebbero comunque ricaduti sul precedente governo che aveva scelto la città di Genova (20).
La dichiarazione appariva prevalentemente diretta ad attribuire le responsabilità di un cattivo esito al precedente governo. Se il vertice non avesse avuto problemi si sarebbe infatti sostenuto che il merito era di chi lo aveva gestito. La riprova è nel vertice ONU del 1994 che si tenne a Napoli. Il vertice era stato organizzato dal governo Ciampi, sostenuto dal centro-sinistra, ma venne condotto dal primo governo Berlusconi; ebbe un buon risultato, ma a nessuno venne in mente di accreditarlo al precedente presidente del Consiglio.
Per queste ragioni, dopo le dichiarazioni del presidente del Consiglio, autorevoli esponenti dell'opposizione sostengono, come titola Il Sole 24 Ore del 17 giugno, che il leader della CdL «è un irresponsabile».
Il presidente della Regione Liguria, Sandro Biasiotti, dichiara a La Stampa del 18 giugno: «O si fa a Genova o non si fa da nessuna parte».
Il Ministro Scajola in una lettera a Il Secolo XIX dell'11 luglio escludeva l'inidoneità di Genova pur lamentando i ritardi nell'organizzazione, che, come emergerà dai lavori del comitato, erano determinati dalle incertezze di alcune delegazioni, in particolare quella degli USA, sulla sistemazioni logistica, incertezze motivate da ragioni di sicurezza.
Tuttavia il Ministro Frattini in un'intervista a Il Messaggero del 19 luglio, rispondendo al giornalista che obiettava: «Ma è stato il governo di cui fa parte a trasformare Genova in una città di guerra», rispondeva: «Noi abbiamo dovuto rispondere ai messaggi inquietanti ed alle minacce. Era nostro dovere stendere una rete di sicurezza per i genovesi e le delegazioni straniere. Tanto più che non può essere il governo Berlusconi a pagare il prezzo della scelta sbagliata di Genova come sede del G8.»
A queste affermazioni se ne aggiungeva un'altra, «Sarebbe stata meglio una video conferenza», che lascia perplessi non solo per l'inopportunità, non solo per la disarmante irresponsabilità, ma anche per la sua inutilità; a meno che tutto lo sforzo di alcuni uomini di governo non fosse concentrato, piuttosto che sulla buona riuscita del vertice, sulla ricerca di espedienti per attribuire le responsabilità di un previsto insuccesso al precedente governo.
La scelta, condivisa dal centro destra sin dall'inizio, era confermata da alcuni uomini di governo e solo alla vigilia, quando maggiore sarebbe stata l'esigenza di rasserenamento, diventava per altri, e per lo stesso presidente del Consiglio, sbagliata e pericolosa.
Peraltro una parte delle polemiche non dipendeva da una valutazione attenta delle circostanze di fatto, ma da pure ragioni di lotta politica.
In questo quadro si colloca una singolare iniziativa assunta dalla componente ligure di Forza Italia il 22 febbraio 2001, alla vigilia dello scioglimento delle Camere per le elezioni politiche. Il Secolo XIX pubblicava un'intera pagina di inserzione pubblicitaria dove era riprodotta una fotografia della presidente della provincia di Genova, Marta Vincenzi, insieme ai contestatori della mostraconvegno internazionale sulle biotecnologie, tenutasi a Genova dal 24 al 26 maggio 2000; la foto raffigura la polizia che fronteggia i dimostranti con le scritte «Pericu, Vincenzi, volete che tutto questo si ripeta? Forza Italia: no alla violenza e alle ambiguità, sì ad un G8 sicuro». La presidente Vincenzi contestava l'idea di eccitare la tensione e la paura, insita nel messaggio contenuto nel manifesto, ed aggiungeva di essere «onorata di essere stata ritratta in una foto dove si può osservare sia l'efficienza delle Forze dell'ordine che il diritto democratico di manifestare da parte di chi contestava».
Peraltro il senatore Grillo, appartenente a FI ed eletto in Liguria, contestava seccamente l'iniziativa del suo partito in un'intervista allo stesso quotidiano, definendola «Una brutta provocazione».
Da questo tipo di messaggi e dalle contraddittorie posizioni sopra ricordate nasce il disorientamento in cui si trovarono non solo i cittadini di Genova ma soprattutto le forze dell'ordine, incerte persino sulla condivisione, da parte del Governo che le dirigeva, della stessa scelta della città del vertice.
Il Governo e le forze politiche che lo sostengono avrebbero dovuto giocare la carta dell'autorevolezza, della serenità e del prestigio; giocarono invece quelle della divisione e della paura.

9. La fuga delle notizie provenienti dai servizi di sicurezza
Il G8 si è presentato all'attenzione dei servizi di sicurezza con caratteri del tutto inediti.
I problemi sono derivati dall'intreccio di rischi provenienti da varie fonti: dalle organizzazioni eversive italiane, da quelle terroristiche operanti nei diversi Paesi del G8 che avrebbero potuto avere uno specifico interesse ad attentare all'iniziativa in quanto tale o al responsabile politico del loro paese; dal terrorismo internazionale antiamericano ed antioccidentale; dal terrorismo degli estremisti islamici. Come è stato osservato in un saggio dedicato a questa materia (21), si continua a trattare il movimento antiglobalizzazione come un problema di eversione e di antagonismo, tendendo ad accomunarlo ad altri del passato. Soprattutto non si è distinto tra il movimento antiglobalizzazione in quanto tale e coloro, del tutto diversi, che avrebbero potuto approfittare delle iniziative antiglobalizzazione per realizzare i loro piani eversivi. Secondo alcuni, i servizi italiani sarebbero cresciuti negli ultimi anni dal punto di vista qualitativo molto più della capacità istituzionale di utilizzare l'intelligence (22). In realtà sembra che le informazioni siano state più spesso utilizzate dai mezzi di informazione per «colpi» giornalistici, che dai responsabili politici come elemento di riflessione e di intervento. Ciò è grave perché snatura lo stesso lavoro del sistema di sicurezza.
Se la valorizzazione prevalente delle informazioni dei servizi è di carattere mediatico, senza alcuna distinzione tra informazioni, illazioni, previsioni, sospetti e descrizione di ipotetici scenari, è inevitabile una tendenza dei servizi stessi a lavorare sulle notizie che possono apparire più eclatanti rispetto a quelle che possono apparire più fondate. Questa deformazione si verifica non per loro responsabilità, ma per responsabilità di quella parte dei responsabili politici, che non utilizza ancora nelle forme e con l'attenzione dovuta il lavoro dei servizi, senza contare che appartengono proprio a questo mondo coloro che con maggiore frequenza trasmettono le notizie ai mezzi di informazione provenienti dai servizi.
Per quanto è apparso al Comitato, i servizi non hanno selezionato il materiale in loro possesso, facendo invece giungere sul tavolo dei responsabili una congerie di informazioni confuse ed inutilizzabili. Alcune di queste, per la loro eterogeneità, dal sangue infetto da gettare sugli agenti, alle buste con sangue di maiale (perché poi di maiale?) agli alianti per colpire i capi di Stato - erano inidonee a prevenire alcunchè ma idonee a suscitare l'allarme più elevato. E ciò è tanto più grave se, come puntualmente avvenuto, quelle informazioni erano fatte pervenire, con tempestività pari alla irresponsabilità, alle redazioni dei quotidiani e dei settimanali e pubblicate quindi con grande risalto e con titoli, coerenti con il contenuto, che suscitavano paura e tensione (23).
Il dr. La Barbera, per le sue funzioni di direttore centrale della Polizia di Prevenzione, aveva appunto il compito della prevenzione e doveva quindi elaborare i dati che pervenivano dai servizi.
Egli ha precisato di aver diffuso alle articolazioni periferiche 126 note di interesse ( i servizi ne avevano elaborate oltre 200), ma ha lamentato che i dati rilevanti erano stati «complessivamente rari, comunque non dettagliati e, soprattutto, indistinti tra una moltitudine di informazioni risultate nella maggior parte dei casi prive di un qualche riscontro» (seduta 28 agosto 2001, p. 145).
Si è verificato il paradosso che quelle informazioni mentre non aiutavano, per la loro eterogeneità e la conseguente scarsa affidabilità, ad elaborare una razionale strategia di difesa si rivelavano, per la loro irresponsabile comunicazione agli organi di informazione, del tutto idonee tanto ad aumentare la tensione nella città di Genova quanto a motivare i gruppi più violenti.

10. Le scelte autonome di Alleanza Nazionale
Le confusioni maggiori sono derivate dalla linea tenuta da Alleanza Nazionale anche in divergenza dagli orientamenti del governo e degli altri partiti della maggioranza.
Gli elementi di fondo di questa linea sono due: generare un clima di paura nella città di Genova; tentare di costruire un proprio rapporto politico privilegiato con le forze dell'ordine.
Sulla paura a Genova insistono numerosi commenti di uomini politici di destra ed organi di stampa che a questa parte politica fanno riferimento. La linea è espressa chiaramente dal deputato Bornacin in un'intervista del 10 luglio a Il Secolo d'Italia: «Ribadisco che Genova resta una città in preda al terrore, l'effetto positivo dell'azione dell'esecutivo non basta a colmare una paura alimentata anche dai ricordi del convegno internazionale sulle biotecnologie della primavera di un anno fa....Negozi chiusi, tassisti in agitazione per le mancate risposte sulla propria tutela da parte dell'amministrazione comunale di centrosinistra e fuga dei residenti nei tre giorni del vertice sono il quadro attuale della situazione che sta coinvolgendo anche Imperia e Sanremo, centri attraverso i quali transiterà il popolo di Seattle».
La tesi, espressa con chiarezza da vari articoli de Il Giornale, è che la sinistra, proprio perché ha perso le elezioni politiche, cerca una rivincita a Genova contro il governo di centrodestra (24): «Proprio per questo il voto del 13 maggio è destinato a pesare, eccome, sullo svolgimento dal 20 al 22 luglio prossimo del vertice degli otto Paesi più industrializzati del mondo: da un lato si agitano i 200 mila contestatori internazionali della globalizzazione, blanditi e sponsorizzati dai «compagni» italiani che ne faranno un'occasione di rivincita dopo la batosta elettorale...»
Tentativo di rivincita violenta della sinistra sconfitta alle elezioni e terrore nella città sono i due assi di questa interpretazione politica, che hanno avuto effetti gravi nell'immagine delle forze di polizia e nel comportamento di alcuni appartenenti ai diversi reparti impegnati a Genova. D'altra parte solo in questo modo si spiegano le aggressioni verbali di alcuni appartenenti alle Forze dell'Ordine contro gruppi di manifestanti o di arrestati definiti «comunisti» con varie qualificazioni spregiative aggiuntive; la stessa motivazione trova la provocazione di un agente che a Bolzaneto fa sentire la canzone fascista «Faccetta Nera» ad alcuni detenuti (25).
Alleanza Nazionale cerca di sfruttare a suo vantaggio l'evento di Genova. Non può apparire come chi lo ha cogestito e quindi non può coglierne gli utili in termini di consenso e di immagine. Questo spazio è tutto occupato dal presidente del consiglio e dai ministri dell'interno e degli affari esteri.
D'altra parte è significativo che il Ministro dell' Interno non deleghi neanche un momento della preparazione ad un sottosegretario.
Per AN non resta che cavalcare il vertice, non sul versante della politica bensì sul versante dell'ordine pubblico, schierandosi aprioristicamente contro i manifestanti e dalla parte delle forze dell'ordine, cercando di aprire una frattura tra società civile e forze di polizia, come è proprio di una cultura autoritaria dell'ordine pubblico.
È significativa un'attenta lettura dell'intervento: Gli indirizzi politici, sono autorevolmente ed abilmente espressi dal vicepresidente del Consiglio on. Gianfranco Fini alla Camera il 27 giugno 2001, per di più in una seduta trasmessa in diretta televisiva: a) attribuire davanti all'opinione pubblica e alle forze di polizia ogni manifestazione di piazza ai gruppi violenti ed eversivi; b) garantire che in caso di scontri nessuna responsabilità sarà in alcun caso addebitata dal governo alle forze dell'ordine.
Il vice presidente del consiglio non parla di violenza sulle cose e sulle persone, parla soltanto di manifestazioni e turbolenze di piazza. Ma un corteo di migliaia di persone, anche se pacifico, è di per sé una manifestazione di piazza ed arreca quelle che sono chiamate «turbolenze», blocco della circolazione stradale, chiasso etc.; altra cosa naturalmente sono le violenze, le quali peraltro non sono connaturate ai cortei, se non in una visione autoritaria, ottocentesca dell'ordine pubblico, contraria alla costituzione repubblicana, come «ordre dans la rue».
Questo indirizzo è profondamente sbagliato; non serve a garantire né i manifestanti pacifici né le forze di polizia; è solo il precipitato di una cultura autoritaria fondata sulla separazionecontrapposizione tra forze dell'ordine e società civile, che potrebbe annullare il rapporto saldo e democratico che l'intero paese, indipendentemente dalle collocazioni politiche, ha con le sue forze dell'ordine. Ed infatti sono proprio gli appartenenti a quest'area politica che insistono sulla irriducibile contrapposizione tra manifestanti e forze di polizia.
Per fortuna solo una ristretta minoranza di appartenenti alle forze dell'ordine si è fatta condizionare da questo indirizzo.
L'ANSA del 19 luglio informa che «un gruppo di parlamentari della Casa delle libertà sarà a Genova durante i giorni del G8 in funzione di 'osservatori', per portare la loro solidarietà alle Forze dell'ordine e per evitare che queste possano essere accusate di aver compiuto provocazioni contro i manifestanti». L'iniziativa è presentata dal capogruppo di AN alla Camera, Ignazio La Russa e dal suo promotore, il deputato Filippo Ascierto, anch'egli di Alleanza nazionale. La stessa agenzia informa che il presidente La Russa ha dichiarato che quei parlamentari «vogliono guardare con i propri occhi per essere sicuri che non possano essere avanzate facili accuse verso le Forze dell'ordine» e che i deputati saranno presenti a staffetta nella sala centrale operativa. E l'on. Ascierto spiega all'ADNkronos che «i parlamentari saranno in 'sala situazione' in modo tale che nessuno potrà parlare di provocazioni da parte delle forze dell'ordine.». Lo stesso deputato, informa Il secolo d'Italia del 20 luglio, dichiara: «Le forze dell'ordine avranno dei testimoni di parte, così non si potrà dire che hanno messo in atto provocazioni» (26).
In pratica, una forza politica di governo, invece di invitare alla serenità e alla calma insiste sul clima di scontro, giunge a prevedere azioni di forza degli operatori di polizia e si dichiara disponibile preventivamente a dire, in qualità di testimone «di parte», che non ci sono state provocazioni da parte delle forze dell'ordine. Ma nessuno sino a quel momento, nel mondo politico, tranne i citati deputati di AN, aveva accusato la polizia di «provocazioni» o previsto che tali comportamenti avrebbero potuto essere messi in atto dalle forze di polizia. È in ogni caso la traduzione degli indirizzi indicati dal vicepresidente del consiglio e presidente di Alleanza nazionale, on. Fini.
Le finalità di questo non responsabile atteggiamento sono due: contribuire a far aumentare la tensione e rassicurare le forze di polizia circa la copertura preventiva offerta da quella forza politica a qualunque loro comportamento. Il disordine diventava «necessario»: se, infatti, non ci fossero stati disordini, non sarebbe scattato il meccanismo politico che ha portato quel partito ed i suoi dirigenti ad assumere a Genova una visibilità tutta propria, persino superiore a quella del presidente del Consiglio.
A questo clima si associano alcuni piccoli sindacati, politicamente vicini ad AN. Il presidente di una Unione Sindacale di Polizia, riporta l'ANSA del 17 giugno, chiede di annullare il vertice di Genova che si trasformerà «in una trappola per le forze di polizia» con «il rischio di un massacro per i nostri agenti». Nessun dialogo «con i contestatori» del G8 contro i quali va usato «il pugno di ferro», sostiene un Libero sindacato di polizia all'ANSA il 21 giugno. Lo stesso sindacato (ANSA 29 giugno) «contesta il diritto a manifestare invocato dal popolo di Seattle «quando lo stesso diritto viene negato, con fulminee ordinanze di divieto, per tantissime manifestazioni di estrema destra e di altro segno politico. La stessa organizzazione annuncia il 5 luglio (ANSA) che terrà il giorno successivo un presidio davanti alla Questura di Genova per protestare «contro la mollezza governativa di fronte alle assurde richieste di alcuni esponenti dell'organizzazione antiG8».
Il carattere non responsabile di questi comportamenti emerge con chiarezza ancora maggiore se si considera che nei giorni antecedenti al vertice erano stati commessi vari attentati (27), con conseguenze in qualche caso gravi, che avevano contribuito a creare un clima di allarme.
Sarebbe stato più saggio da parte di un'importante forza politica, con grandi responsabilità di governo, non cavalcare il terrore a fini di parte, ma contribuire a rasserenare gli animi e a ridurre le tensioni.

11. La presenza a Genova dei parlamentari di Alleanza nazionale
Durante i giorni del vertice, e dei disordini, furono presenti a Genova il vicepresidente del consiglio ed alcuni deputati di Alleanza nazionale. Si trattava dell'adempimento della «missione» anticipata attraverso la conferenza stampa del 18 luglio. I deputati si trattennero per pochi minuti nelle sale operative della polizia di Stato e per molte ore tanto il 20 quanto il 21 luglio, in Forte San Giuliano, sede del Comando provinciale dell'Arma dei carabinieri a Genova. È stato riferito al Comitato che il lungo prolungarsi della visita presso la sede dell'Arma era stato determinato dalla violenza dei disordini attorno a Forte san Giuliano. È pur vero che, come risulta anche al Comitato, i disordini iniziarono intorno alle 11,30 del mattino; ma il momento di massimo scontro si ebbe tra le 16, 30 e le 17,30 (ora in cui morì Carlo Giuliani), proprio quando i deputati lasciarono il comando.
Un'Ansa del 20 luglio riporta una dichiarazione dell'on. Ascierto: «Sono stato nella centrale operativa dei carabinieri insieme ad altri due parlamentari, Guido Bornacin e Federico Bricolo, fino a pochi minuti prima della morte del manifestante. Dal monitor ho potuto vedere le diverse zone di Genova dove vi erano degli scontri e posso testimoniare un grande senso di responsabilità dei carabinieri.». Analoghe dichiarazioni erano rese dallo stesso parlamentare a varie radio private e pubbliche. Da queste dichiarazioni emerge una presenza costante di questi deputati in un luogo, sala operativa, particolarmente delicato, in modo da rafforzare l'idea, che AN ha tentato di costruire attorno al vertice, di partito garante delle forze dell'ordine. Peraltro il generale Siracusa precisava, sulla base delle informazioni in suo possesso, che i deputati Bornacin, Ascierto e Bricolo si erano trattenuti il giorno 20 nella sala stampa e non nella sala operativa, mentre non era in grado di fornire precisazioni in ordine alla visita effettuata il giorno 21 dal vicepresidente del Consiglio (28). Il colonnello Graci, comandante del reparto operativo dei carabinieri di Genova, smentisce nettamente l'on. Ascierto: «In centrale operativa, accompagnati dal comandante provinciale, sono entrati alcuni parlamentari, sia il 20 sia il 21 luglio: sono entrati, hanno salutato il personale di servizio e sono usciti...in centrale operativa si sono fermati il tempo strettamente necessario per salutare» (29).
Non si ha alcun motivo di dubitare della dichiarazione resa da un ufficiale dell'Arma, che peraltro coincide sostanzialmente con quella del Comandante generale, essendo evidente che se la visita alla sala operativa era durata solo i pochi attimi necessari per un saluto di cortesia non c'era ragione di informarne dettagliatamente il comandane generale. Bisogna però chiedersi per quale motivo l'on. Ascierto millanti in dichiarazioni la sua lunga presenza nella sala operativa dei carabinieri. Non si tratta di una infantile vanteria. La sala operativa, ha spiegato il colonnello Graci al Comitato, è un'area riservata e vi entra solo il personale autorizzato; inoltre nei cinque anni di comando del reparto operativo era questa la prima volta che vi entravano parlamentari, sia pure per il tempo strettamente necessario ai saluti (30).
Dichiarare quindi di essere stato a lungo in sala operativa (anche in diretta radiofonica) era una bugia, ma serviva a dare l'immagine di un partito credibile, capace di forzare regole e di garantire quindi quella copertura di cui gli esponenti di AN avevano parlato nei giorni precedenti.
Non c'è dubbio che nessuna forza di polizia si sia lasciata attrarre da queste richieste offerte di padrinato, che miravano a conferire ad esse una collocazione di parte, contro i principi fondamentali della nostra democrazia.
E tuttavia non può non rilevarsi il carico di responsabilità politica che quei comportanti assumono nei disordini di Genova e nel costruire il convincimento che in piazza, per reagire ai disordini, ci si poteva comportare secondo gli indirizzi di quel partito e non secondo i doveri imposti alle forze di polizia dal nostro ordinamento costituzionale e riassunti in un opuscolo che il Ministro dell' Interno aveva fatto distribuire a tutti coloro che operavano a Genova.

12. Gli indirizzi di Alleanza nazionale dopo Genova
Subito dopo il vertice parte una sorta di terzo tempo dell'operazione degli esponenti di AN. Occorre tener fede a quanto garantito prima delle manifestazioni; ma gli eccessi di alcuni appartenenti alle forze di polizia, che sembrano corrispondere alle indicazioni di esponenti di AN, rischiano di costituire un boomerang perché espongono il complesso delle forze dell'ordine ad un giudizio pesantemente negativo, tanto in Italia quanto fuori.
Gli stessi esponenti di AN cercano di riprodurre il paradigma secondo il quale c'è una criminalizzazione generalizzata delle forze di polizia, a Genova i disordini sono stati ispirati dalla sinistra, le violenze ingiustificate a danno dei manifestanti sono un affare di scarso rilievo.
Un giornalista de Il Corriere della Sera chiede al Ministro delle comunicazioni Gasparri se si debba far luce sugli eventuali abusi delle forze dell'ordine. Il Ministro risponde: «D'accordo si faccia luce su queste cose. Per me sono questioni di dettaglio. Possiamo anche stabilire se un poliziotto ha dato quattro manganellate anziché tre. Ma non è questo il punto chiave...
(il punto chiave) è la contiguità, la copertura fornita dalla sinistra alle violenze dei manifestanti... a fronte di dieci errori compiuti da funzionari di polizia, ci sono cinquecento reati commessi da esponenti di spicco della sinistra.» (31)
Successivamente quando cominciano le indagini della magistratura sui disordini, è sempre AN che attacca pesantemente i magistrati, accusandoli di incriminare la polizia e di essere indulgenti con chi ha seminato violenza a Genova. Il 1o settembre 2001, il presidente dei deputati di An, on. La Russa, il portavoce di AN, Mario Landolfi e il presidente dei senatori di AN, sen. Domenico Nania, dichiarano congiuntamente, come riportato dall'ANSA: «[...] agli occhi degli italiani è inspiegabile che la magistratura genovese continui ad indagare poliziotti e carabinieri e non arresti i teppisti che hanno tentato di linciare le forze dell'ordine [...]».
Infine, annuncia un'agenzia AGI del 6 settembre 2001, alla festa di AN verrà presentato un video realizzato dal SAP, Sindacato Autonomo di Polizia, sulle violenze commesse a Genova «dalla sinistra».

13. Le conseguenze dell'atteggiamento di AN
Un'analisi dei fatti e delle dichiarazioni conduce quindi i presentatori di questa relazione a ritenere che parlamentari di Alleanza Nazionale abbiano condotto una propria personale gestione del vertice, separandosi dalle altre forze della maggioranza, al fine di acquisire un proprio peso specifico nella coalizione e di costruire un proprio personale rapporto con le forze dell'ordine.
Questa doppiezza di indirizzo politico ha creato incertezza e, in una situazione di oggettiva confusione determinata dalla cattiva gestione dell'ordine pubblico durante le due giornate, è stata uno dei fattori di degenerazione della situazione.
Si è trattato di una scelta rischiosa perché ha tentato di aprire una lacerazione tra società civile, sistema politico e forze di polizia. Le forze dell'ordine devono godere in democrazia della fiducia dell'intera società civile e dell'intero sistema politico. Altrimenti esse sono collocate su un fronte di parte che le rende nemiche di una parte della società civile e avversarie di una parte del sistema politico. Questa lacerazione è incompatibile con l'articolazione dei poteri in democrazia e con il corretto rapporto di fiducia che deve intercorrere tra istituzioni e società.
Forse maggiori chiarimenti su questa assai discutibile scelta avrebbe potuto fornire al Comitato il vicepresidente del consiglio on. Gianfranco Fini.
Ma la maggioranza del Comitato si è opposta alla sua audizione.

14. Il comportamento delle forze dell'ordine
Più complessa è la questione del comportamento delle forze dell'ordine. Esse sono state sottoposte a turni pesantissimi; hanno vissuto la vigilia e quelle giornate in uno stato di tensione grave determinato anche dall'irresponsabile comportamento di quegli esponenti di AN che avevano creato le condizioni psicologiche di una sorta di prova di guerra, non di una prova, per quanto difficile, di ordine pubblico; sono state dirette male sul territorio; hanno subito gli effetti della ormai tradizionale, ma non per questo meno grave, mancanza di coordinamento; sono state lasciate senza cibo e senza acqua per moltissime ore, nonostante il caldo, la fatica, il rischio. Uno dei giovani funzionari sentito dal Comitato, che si trovava in piazza Alimonda nel momento della morte di Giuliani, rispondendo ad una precisa domanda, ha informato che prestava servizio da 11 ore, ma si era alzato alle quattro del mattino perchè era alloggiato a 40 chilometri da Genova; da quell'ora era riuscito a bere dell'acqua solo attorno alle 15,30 (32).
È in queste condizioni che si sono verificate le incertezze nelle piazze e nelle strade, gli errori di valutazione, le reazioni violente ed ingiustificate nei confronti dei manifestanti pacifici. Non si tratta di comportamenti giustificabili, perché proprio nel rischio emerge la funzione di polizia.
Tuttavia nessuna responsabile valutazione può prescindere dalle condizioni concrete nelle quali si svolsero gli eventi. E le condizioni concrete erano di tensione, di disagio, di cattiva organizzazione, di cattiva conoscenza della città, di difetto di comunicazione. I funzionari di pubblica sicurezza, infine, erano in molti casi privi di concrete possibilità di comando nei confronti dei reparti dei quali erano responsabili.
L'esame delle cause dei comportamenti anomali nelle strade di Genova di appartenenti alle forze dell'ordine comporta quindi la considerazione di molteplici fattori. Alcuni sono di carattere soggettivo, altri invece dipendono dalle strutture di comando. Hanno pesato, ancora, l'inadeguata distribuzione delle forze nella città di Genova; la concezione, insidiosamente propalata da quegli appartenenti ad AN, per la quale i manifestanti erano, per il fatto stesso di manifestare, pericolosi per la sicurezza pubblica; un atteggiamento, non del tutto assente nel Paese, e quindi neanche nelle forze dell'ordine, per il quale l'uso della forza è una prerogativa indiscutibile di chi esercita il potere di coercizione per conto dello Stato.
Necessariamente diverse sono le valutazioni per le violenze commesse durante la perquisizione nella scuola Pertini-Diaz e a Bolzaneto. Esse sono oggetto di valutazione da parte dell'Autorità Giudiziaria; ed è a quell'autorità che spetta accertare le responsabilità individuali. Ma la politica non può sottrarsi ad un giudizio.
La confusione che precedette la perquisizione, l'assenza di un chiaro piano di intervento all'interno, la genericità del mandato, le modalità dell'esecuzione hanno fatto sì che alla fine, per il numero di feriti, la violenza dell'irruzione, l'affollamento non necessario degli operatori di polizia, la pochezza dei risultati, è maturata l'impressione di un intervento nel quale l'intento di reagire alle violenze subite nel corso della giornata sembrava far aggio sull'esigenza di acquisire elementi di prova.
Ancora più inaccettabili sono le violenze della caserma di Bolzaneto. Una o tante non interessa al giudizio politico. Il corpo e la dignità dell'arrestato sono intangibili nello Stato democratico.
Nello Stato democratico l'arrestato non è ridotto a cosa, non è alla mercè di chi lo custodisce; è persona con i diritti e la dignità che dall'ordinamento costituzionale gli sono riconosciuti. Chi lede gli uni o mortifica l'altra avvilisce la funzione che esercita, apre una lacerazione tra Stato e società civile, diffonde paura per lo Stato invece che rispetto, rischia di rompere la coesione civile del Paese.

Considerazioni conclusive
Al termine dell'indagine conoscitiva, e al di là delle legittime diversità politiche che si esprimono in sede parlamentare, la Commissione ritiene che l'intero Parlamento debba riaffermare unitariamente alcuni principi fondamentali che riguardano il rapporto tra sistema politico, forze di polizia, società civile, dissenso.
Il sistema politico deve garantire, in tutte le sue componenti, che le forze di polizia siano e si sentano forze dell'intero Paese, indipendentemente dalle maggioranze e dalle minoranze che vivono nel parlamento e nella società. La coesione di un Paese si misura anche sulla base del grado di fiducia che nelle forze di polizia ha la società civile, soprattutto nelle sue aree di dissenso politico.
Le forze di polizia italiana hanno saputo conquistare questa fiducia non solo attraverso il quotidiano impegno, ma anche attraverso la lotta contro le organizzazioni terroristiche e le organizzazioni mafiose. La polizia che era in strada a Genova è la stessa che ci ha liberato dal terrorismo rosso e dallo stragismo nero; è la stessa che ha arrestato i più importanti capi delle organizzazioni mafiose.
Gli errori che sono stati commessi a Genova, e che ha riconosciuto lo stesso Ministro dell'Interno nel corso della sua audizione davanti al Comitato, non possono essere utilizzati per rompere quel rapporto di fiducia. Tutti dobbiamo auspicare che nessuna forza politica tenti più nel futuro di mettere la polizia contro una parte della società civile.
Le forze dell'ordine, dal canto loro, devono esercitare il più rigoroso controllo sui propri comportamenti per evitare, in qualsiasi ipotesi, che l'esercizio della forza possa trasformarsi in abuso.
Il dissenso, infine, non può essere considerato una patologia. Il dissenso, la possibilità di manifestarlo e di organizzarlo, sono l'essenza stessa della democrazia, che contiene dentro di sè le regole perchè una minoranza dissenziente possa diventare maggioranza, attraverso il consenso dei cittadini. Il sistema politico e le forze di polizia hanno il dovere di garantire che il dissenso possa esprimersi liberamente, soprattutto, quando porta in sè i germi del nostro futuro, come quello che la grande maggioranza dei cittadini ha manifestato a Genova. Il dissenso, per parte sua, non deve mai esprimersi in forma violenta e non deve indulgere a comportamenti equivoci o tolleranti nei confronti della violenza.
La democrazia infatti non è solo esercizio di pluralismo; è soprattutto esercizio di responsabilità.


(1) AA.PP., colonnello Tesser, seduta del 30 agosto 2001, p. 45.
(2) Dalle relazioni di servizio della Polizia e dei Carabinieri, comparate con le immagini video del regista Ferrario,
Telegenova, video depositato dall'on. Labate e resoconto GSF.
(3) La ricostruzione è effettuata sulla base dei verbali di servizio, delle chiamate via radio, dei video pervenuti in
Commissione; dai verbali di servizio si apprende che è stata chiamata per 9 volte la centrale operativa della Questura,
solo dopo l'ennesimo tentativo di richiesta urgente di aiuto, ci si decide ad inviare un contingente di rinforzi, ma quel
punto inutile perché l'assalto è finito ed i BB sono andati via.
(4) Comunicazione delle ore 15.27 alla centrale radio della Questura da cui pochi minuti prima, 15.20, era partito
l'ordine di eseguire alcuni fermi.
(5) AA.PP., Ministro dell'Interno Claudio Scajola, seduta del 7 settembre 2001, p. 143.
(6) AA.PP., dott. Andreassi, seduta del 28 agosto 2001, pp. 217.
(7) Si veda la relazione di servizio del Maggiore dei CC Zanardi consegnata il 10 settembre dal col. Tesser.
(8) Si veda il video di Studio Aperto del giorno 20 luglio 2001.
(9) Si vedano anche le relazioni di servizio del dott. Mondelli e del Capitano dei CC. Antonio Bruno.
(10) Video del regista Ferrario.
(11) AA.PP., dottor Paolo Serventi Longhi, seduta del 4 settembre 2001, p. 81-82.
(12) Dottor Paolo Serventi Longhi, AA.PP., seduta del 4 settembre 2001, p. 97.
(13) Dottor Vincenzo Canterini, AA.PP., seduta del 4 settembre 2001, p. 144-145.
(14) Furono i governi D'Alema ed Amato ad impegnarsi perché questi fossero i temi del G8 di Genova; frutto di tale
impegno fu anche l'accettazione da parte del Segretario generale dell'ONU dell'invito ad essere presente a Genova; il
governo Berlusconi non si discostò da questi indirizzi.
(15) The Wold Bank, World Development, Report 2002, Building Institutions for Market, Washington D.C., 2001.
(16) AA.PP., audizione del dr. Maurizio Fiorillo, 5 settembre 2001, p. 161.
(17) Si ricorda a questo proposito l'intervento del senatore Grillo, AA.PP., Senato, seduta n. 8 del 27 giugno 2001.
(18) AA.PP., Camera dei deputati, seduta del 7 settembre 2001, p. 61.
(19) AA.PP., Camera dei deputati, seduta del 27 giugno 2001.
(20) v. Il Giornale, 17.6.2001, p. 4: «Berlusconi: sul G8 meriti e colpe vanno a chi ci ha preceduti».
(21) E.C. Del Re, I servizi al G8, Limes, 3/2001, p. 203ss.
(22) E.C. Del Re, cit., p. 207.
(23) V. ad es. Il Giornale 17 giugno 2001 «Il piano segreto per far tremare Genova»; Id., 18 giugno «Spunta Bin Laden
dietro i finanziamenti del popolo di Seattle».
(24) «Il Giornale» 20 maggio: in: È allarme rosso al G8. L'estrema sinistra in cerca della rivincita».
(25) V. lettera di Marco Poggi, infermiere alla Caserma di Bolzaneto, inviata al Comitato il 30 agosto 2001.
(26) Il Secolo d'Italia, 20 luglio 2001, p. 2, I deputati della CDL «osservatori» dell'ordine.
(27) Il 16 luglio 2001, un plico bomba ferisce il carabiniere Stefano Storri della stazione dei CC. di S. Fruttuoso a
Genova [F,144][U,90][MM,I,24];
Il 17 luglio 2001, una busta contenente due proiettili e le foto di Agnoletto e Casarini è indirizzata al Sindaco di
Genova, dott. Pericu [MM,I,24][MM,29].
Il 18 luglio 2001: esplode una lettera bomba nella sede del TG4 di Segrate; viene recapitata una busta incendiaria alla
società Benetton Group di Ponzano Veneto [F,144]; un plico incendiario è inviato al prefetto di Genova [HH, 110,126];
a Bologna viene disinnescata una bomba in pieno centro [ANSA]; si verifica un attentato alla sede di un'agenzia
milanese di lavoro interinale, rivendicata da un sedicente «Fronte rivoluzionario per il comunismo» [ANSA].
(28) AA.PP., Camera dei deputati, seduta 8 agosto 2001, p. 197.
(29) AA.PP., Camera dei deputati, seduta 29 agosto 2001, p. 113.
(30) AA.PP., Camera dei deputati, seduta 29 agosto 2001, p. 114.
(31) Il Corriere della Sera, 31 luglio 2001, p. 3: «Gasparri: stabilire se un poliziotto ha dato tre o quattro manganellate?
Un dettaglio», intervista di Giuseppe Sarcina.
(32) AA.PP., Camera dei deputati, audizione dottori Lauro e Fiorillo, 5 settembre 2001, p. 168 ss.h.